Lo spirito del blog - La vita: commedia o tragedia?

Questione di inquadrature. La commedia è la vita in campo lungo e la tragedia la vita in primo piano. Se inquadri da lontano un uomo che cammina per strada e scivola su una buccia di banana, è divertente. Ma se ti avvicini, non è più divertente perchè si vede il dolore... Per comprendere la mia vita e quella altrui mi sforzo di osservare sempre attraverso la doppia inquadratura... Così quando prendi qualcosa troppo sul serio riesci magari anche a riderne e a conservare il buon umore... E invece quando prendi qualcosa troppo poco sul serio scopri che devi fermarti e comprenderla...

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domenica 25 maggio 2008

La banalità del male

Prof 2.0 sa che a Shit City ci sono cittadini di tutti i tipi. Uno di loro ha deciso di scrivere sui muri di questa città alcune bestemmie. E non solo sui muri di questa città, ma su quelli di altre città gemellate con Shit City. Non c'è da stupirsi. C'è chi si annoia, c'è chi cova rabbia, c'è chi non sopporta la felicità altrui e ha bisogno di scriverlo sui muri che odia il mondo. Chissà che adrenalina dà scrivere bestemmie sui muri di Shit City. Anche se devo dire dà molta più adrenalina costruire anzichè distruggere, sebbene la prima attività sia più faticosa e quindi non da tutti. Prof 2.0 è quindi costretto a riflettere sulla presenza del male (non la bestemmia in sè, ma "il voler distruggere consapevolmente") a Shit City: male relativo all'azione, non alla persona che lo compie, che se Prof 2.0 potesse affronterebbe a tu per tu con grande serenità, perchè chi fa il male è un uomo come tutti e quindi non fa nessuna paura, anche se è armato; ma come detto qualche post fa chi agisce per distruggere è rigorosamente anonimo, dato che sotto sotto si vergogna della sua identità.
Il male per quanto male faccia è pur sempre banale. Una grande filosofa ebrea ha scritto anche un libro in merito e da qualche parte diceva, a proposito degli aguzzini nazisti:

“Quando io parlo della “banalità del male”, lo faccio su un piano quanto mai concreto. Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo III – per fredda determinazione. […] Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d’idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo. […] Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza d’idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo”.
H.Arendt, La banalità del male

Non è il male che fa paura. Non gli istinti malvagi, che abbiamo tutti. No. A far paura sono la mancanza di idee e la lontananza dalla realtà, che rendono più facilmente predisposti a diventare strumenti di forze esterne a volte cieche o impersonali: il gruppo, le mode, la rabbia, la noia...
Chi pensa e prova a conoscere la realtà fa più fatica a fare il male.
Grazie anonimo arrabbiato, questo post è merito tuo.
Non sei stupido. Semplicemente ti mancano idee.

23 commenti:

Marina ha detto...

La mia poca esperienza mi dice che a chi compie deliberatamente qualcosa di male bisogna chiedere: cosa ti ha fatto male? Il punto è che risulta difficile farlo se quella persona non ha la sincera disposizione a dare una risposta in primo luogo a se stessa. Infatti, risulta arduo comprendere la ratio di un'offesa ingiustificata, di una calunnia, di un omicidio operato con le parole... quando mi succede di fare qualcosa del genere e mi sforzo di ragionare, alla fine mi pongo la domanda: cosa ho guadagnato? E nel rispondermi "niente" mi accorgo che c'è qualcosa che mi tiene in ostaggio dentro. Il punto è che quando mi accingo a scoprire il nome del mio rapitore il mio orgoglio, i miei sensi, le mie emozioni, si mettono a farmi la guerra. Vale allora la pena di scoprire cosa ho dentro anche se mi scombussola? Io ho scoperto che vale la pena. Se scopro cosa mi fa male ho la sincera speranza di guarire.
E' una lotta molto difficile quella che ci conduce a vivere ancorati al reale. Ma alla fine paga molto.

aolivarik ha detto...

Cara Marina penso le tue parole siano profondamente vere, ossia REALI. O si va a fondo nel proprio cuore, nella propria I D E N T I T A', o si affonda nel nulla di un sè con la minuscola, perchè manca la persona, il carattere, l'essere... Non importa il fare, ma l'essere. E quando ci si rende conto di questo, solo allora si può guardare al male fatto, ieri, oggi o vent'anni fa, e perdonare ANZITUTTO SE STESSI. Ma bisogna avere il coraggio di guardarsi dentro non per introspezione-patologicamente-morbosa, ma per sete di conoscenza di Sè, che porta a potersi relazionare, ossia interessarsi agli altri: inter-esse. Grazie mille per il tuo commento! Ale

Prof 2.0 ha detto...

Benvenute a Shit City! Ad averne cittadini come voi...

Marina: Mi piace molto l'immagine di qualcuno che dentro ci tiene in ostaggio, ci rapisce, e se ne sta lì rintanato protetto da barriere di sentimenti nebbiosi. Se ho capito bene fare il male è sempre una specie di vendetta, che non riuscendo a trovare il vero colpevole (nascosto chissà dove) si scatena su chi può fare da sostituto nella realtà?

Aolivarik: una volta ho letto una cosa che mi è piaciuta. Chi fa il male sente male. E magari sente male proprio sè stesso... Grazie!

Marina ha detto...

Più o meno è così. Ho letto sui muri di questa città qualcosa sull'utopia e l'idealismo. Ecco, secondo me tanto l'una quanto l'altro possono costituire un rischio. Cerco di spiegarmi: se mi attacco a una visione del reale e non alla realtà, può capitarmi di totalizzare quella visione tanto da considerarla una perfezione. A questo punto però se nella realtà succede qualcosa che non corrisponde alla mia Città del Sole tendo a distruggerla. Se ci pensi è quello che succede, in ambito politico, nei totalitarismi.
La canzone che ti segnalavo dice: "costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione". Mi piace molto questa idea. Non significa affatto accontentarsi della mediocrità ma ambire a qualcosa di alto tenendo però i piedi ben piantati sulla terra. Ho l'impressione che compiere deliberatamente il male -distruggere - sia un modo per rifiutare il reale perchè ci ha fatto male. Il punto è che non riconoscendo questa situazione diventiamo ostaggi. Ostaggi di una molteplicità di forze interiori che ci attraggono verso il basso e ci soffocano. Mi riferisco all'orgoglio, all'amor proprio, al rancore ma anche a tutti i sentimenti più nobili che, quando si sentono feriti, si ribellano.
A questo riguardo sono però ottimista. Mi piace pensare che la parte di realtà che mi fa male mi aiuti a crescere, a costruire.

Palmipedone ha detto...

Da come ne 'parlate' sembra che non abbiate la benché minima idea di che cosa sia la rabbia. O il male.

Marina ha detto...

Palmipedone, cos'è per te il male? E la rabbia?

Pedone asfaltato ha detto...

Come mai una persona che bestemmia è considerata malvagia o rabbiosa?

È un post davvero fuori luogo, e già questo lascia intendere quanto siate lontani dal concetto di male e rabbia.

Che cos'è la rabbia?

È un derivato del buon sentimento. È un po' come il principio di riassorbimento dell'acqua all'interno del corpo umano. È il filtrato, 'sentimento primitivo'.
Tutti sono arrabbiati. Allunga anche la vita, e fa bene. Da quando l'ho scoperto, non sono più scanzonato, ma incazzato.

Il male è un punto di vista, ma è l'unica cosa che non sono in grado di trasmettervi a parole.

In ogni caso, bestemmie, insulti e calunnie non c'entrano niente né con il male né con la rabbia. O solo parzialmente, e, soprattutto, non per forza.

Vi lascio con 'Tutte le donne software now'.

Anonimo ha detto...

e com'è che la rabbia allungherebbe la vita?
se rabbia= distruzione allora ben presto il mondo non sarà più mondo...tu come, dove e con chi continuerai a vivere?

Prof 2.0 ha detto...

Commenterò con calma più tardi. Solo per dire a Palmipedone di stare attento quando legge i post. Se hai letto bene qui si discute non della bestemmia in sè, ma del distruggere consapevolmente, del fare esattamente quello che sai ferisce una persona, cosa avvenuta con lo scrivere bestemmie da parte di anonimi su questo blog. Di questo parla il post. Non banalizzare...

Palmipedone ha detto...

Touché.

La rabbia è come ridere, fa bene al cuore. Me l'ha detto un medico. Bisogna provare moti di rabbia almeno otto volte al giorno, e non reprimerla.

La rabbia non è distruzione, altrimenti noi chiameremmo distruzione rabbia. Ma questo... è chiaro.

E poi ci sono molti tipi di distruzione. Posso abbattere le persone, le case, le sedie, i sentimenti.

Io vivo, ed è già abbastanza, senza dover giustificare il come, il dove e il con chi.

Palmiped ha detto...

Ma io sono già andato oltre. Non riesco a vedere come una parolaccia o una bestemmia, calunnia, menzogna possa ferire delle persone. E soprattutto non credo che chi faccia certi commenti voglia ferire e urlare la sua violenza rabbiosa.

Marina ha detto...

Posto che non intendevo parlare di "violenza rabbiosa" e che non intendo affatto risultare polemica, mi chiedo come reagiresti tu se una persona calunniasse o facesse del male (non solo in senso fisico) alla persona che più ami al mondo (la tua ragazza, tua moglie, tua figlia, tua madre, etc...). Mettiamo che se anche gli altri parlassero male di te tu riusciresti a non esserne turbato. Cosa succederebbe però se sapessi con certezza che una cosa che a te non fa male risulta distruttiva a una delle persone citate sopra?
Mi interessa molto la tua risposta.
Grazie.

Marina ha detto...

Per Aolivarik: grazie mille per il tuo commento di risposta al mio. Solo non mi è chiaro quando dici "non importa il fare ma l'essere"... il punto è che "il fare" forse influenza l'essere. Non nel senso che può alterarne la natura ma può, forse, qualificarlo in vari modi. Se abitualmente assumo un comportamento - ad esempio, in modo un po' semplicistico, impicciarmi dei fatti degli altri - sarò sempre più un impiccione; allo stesso modo, se assumo l'abito di curarmi degli altri sarò sempre più altruista. Non credi?
Grazie ancora.

Palmipedone ha detto...

Quello che mi domando è: come può risultare distruttiva una bestemmia o un'ingiuria?

Prof 2.0 ha detto...

Hai una risposta in sospeso da dare a Marina. Non eri tu quello che diceva che a una domanda non si risponde con un'altra domanda?

ps. se conosci quello/i delle bestemmie di' loro di farmi una telefonata, che lo spiego direttamente a loro.

Palmipedone ha detto...

Non rispondo con una domanda a un'altra domanda, semplicemente non mi sono accorto di Marina. E comunque non ho detto nulla. Be', cosa farei? Farei in modo che quella cosa non accada. Ma questo... è chiaro. È solo il concetto di male che è fuorviante.

Personalmente non posso dire di conoscere anonimi, però conosco le persone. Ed è quanto basta per capire.

Prof 2.0 ha detto...

Grazie Palmipedone.

Aiutami a rendere più costruttive le discussioni. A volte si va fuori strada rispetto al post. Non limitarti alla critica delle posizioni altrui. Esponi le tue con chiarezza e non ti limitare al rilancio con frasi come questa "da come ne parlate sembra che non sappiate cosa sia la rabbia e il male". Magari sarà vero (e comunque prudenza nei giudizi...), ma è costruttivo se invece di dire questo spieghi direttamente cosa ne pensi tu. Rende la discussione più interessante e non la ingolfa come succede spesso, impedendo ad altri, che vorrebbero (perchè me lo hanno detto), di intervenire (si sentono tagliati fuori dal tète à tète). Così per rendere il tutto più accessibile e fruibile per più persone, non per scoraggiarti a intervenire.

Palmipedone ha detto...

Mi aveva solo amareggiato vedere etichettati degli anonimi. Ma per me ogni opinione espressa è basilare.


'La vita è ciò che ti capita mentre sei impegnato in altri progetti'.

Prof 2.0 ha detto...

Palmi tu hai detto "Ma io sono già andato oltre. Non riesco a vedere come una parolaccia o una bestemmia, calunnia, menzogna possa ferire delle persone". Mi chiedo come puoi dire questo e poi rammaricarti se qualcuno etichetta anonimi...
Impossibile etichettare anonimi. Per definizione.
Adesso (proprio in alcuni commenti che ho dovuto cancellare) il mio caro anonimo si finge un'altra persona per continuare nella sua azione. Passaggio successivo alla povertà di identità: prendere a prestito quella degli altri. Ma non me ne curo. Potrei attivare la moderazione commenti ed evitare che accada... ma in fondo chi ci perde è lui: perde tempo che potrebbe impiegare a costruire qualcosa, ma per farlo ci vogliono idee. Ditruggere, oltre che banale, è più facile e comodo... STOP.

Comunque tornando al post, vorrei recuperare le considerazioni di Marina sul tema dell'essere in ostaggio di qualcosa quando facciamo qualcosa di male. Di che si tratta?

Anonimo ha detto...

Chiedo a Marina,che ha espresso opinioni molto interessanti e illuminanti sul tema,e a Prof 2.0, come sia possibile accettare che le persone che ti amano di più improvvisamente ti pugnalano alle spalle lasciandoti a terra ansimante mentre fuggono a gambe levate. Come si curano queste ferite? E soprattutto come si impedisce che il male subito nel passato influenzi il resto della nostra vita facendoci chiudere e diffidare di chiunque??...Se non ve la sentite di rispondere posso capire!!!

P.

Anonimo ha detto...

Ci sono alcine persone a cui dà tanto fastidio che ce ne esistano altre che vogliono costruire una realtà fatta di speranza e gioia pur nella complessità del mondo di oggi...Alla fine queste persone fanno solo aumentare la voglia di continuare a diffondere il bene....

P.

Marina ha detto...

Caro/a P.,
la risposta alla tua domanda è molto difficile (HAI RAGIONE!) e allora, se me lo permetti, ti farò qualche confidenza (tanto stiamo parlando io e te :-) ) che però non ha la pretesa di essere una risposta. Quando ero poco più che adolescente ho ricevuto una "pugnalata" fortissima da una persona che non solo amo tantissimo, ma che per me era un modello, anzi, il modello. La mia reazione può essere così sintettizzata: distacco, disprezzo manifesto, sfiducia nei cofronti del resto del mondo ('chè se uno che mi ama ha potuto farmi questo, figuriamoci gli altri!). Ok? In poche parole ho reagito con il famoso atteggiamento distruttivo di cui sopra. Adesso che è passato un po'di tempo faccio 3 considerazioni:
1)ho sbagliato tantissime volte e anch'io ho pugnalato (anche senza esserne pienamente consapevole a volte)perciò mi sforzo di accettare che io possa sbagliare e che lo possano fare anche gli altri;
2)devo concedermi del TEMPO. Perdonare e andare avanti richiede una certa dose di umiltà per riconoscere che la ferita prodotta esiste davvero. Una volta appurato questo non si può fare finta di niente ma si devono cercare delle cure;
3)le cure possono essere di vario genere (anzi, il più delle volte devono essere combinate): devo considerare l'affetto che tante persone mi dimostrano malgrado i miei difetti, devo cercare - se possibile - di giustificare gli errori degli altri perchè sono anche i miei, devo ricordare (ri-cor-dare, rimettere il cuore) nelle cose belle che quella persona mi ha donato... Poi devo cercare di pazientare e darmi tempo.
Con la mia storia ha funzionato.
NON SO, SE QUALCUNO HA ALTRE IDEE...

Prof 2.0 ha detto...

A me viene in mente solo che si può provare a riconciliarsi con sè e gli altri accettando che la realtà è anche questo. Non facendo finta che non esistano queste situazioni e non fuggendo in un mondo in cui non accadono, perchè non esiste. Chiudersi è una strategia che paga sul breve periodo e all'inizio mi sembra anche giusto e necessario. Poi a poco a poco riaprirsi riconquistando la realtà che non ha smesso di essere bella.