Lo spirito del blog - La vita: commedia o tragedia?

Questione di inquadrature. La commedia è la vita in campo lungo e la tragedia la vita in primo piano. Se inquadri da lontano un uomo che cammina per strada e scivola su una buccia di banana, è divertente. Ma se ti avvicini, non è più divertente perchè si vede il dolore... Per comprendere la mia vita e quella altrui mi sforzo di osservare sempre attraverso la doppia inquadratura... Così quando prendi qualcosa troppo sul serio riesci magari anche a riderne e a conservare il buon umore... E invece quando prendi qualcosa troppo poco sul serio scopri che devi fermarti e comprenderla...

PS. Potete ricevere gli aggiornamenti direttamente al vostro indirizzo di posta elettronica, iscrivendovi al link a fianco.

sabato 31 gennaio 2009

venerdì 30 gennaio 2009

No time

Vi capitano quelle giornate in cui sembra di non avere tempo per fare tutto e l'ansia complica ancora più le cose? Questo cortometraggio mi ha ricordato quelle giornate, in cui l'unica soluzione è fermarsi, guardarsi dall'esterno: tesi, contratti, preoccupati... E farsi una bella risata.

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giovedì 29 gennaio 2009

Medicina per alunni 2.0

Da consumarsi poco prima dell'alba.

Consultate le previsioni del tempo la sera precedente.
Prendete un balcone. Metteteci dentro una sdraio.
Sedetevi.
In silenzio, aspettate che il sole sorga e colori l'aria.
Considerate le variazioni d'azzurro.
Respirate piano.
Dite "grazie".
Se vi viene meglio: urlatelo, cantatelo, ballatelo.
Avete appena assistito al miracolo di chi brilla nel fare il suo quotidianissimo dovere.

Adesso tocca a voi.

(Non ci sono effetti collaterali e non mi venite a dire che è romanticismo, soprattutto se non ricordate quando è stata l'ultima volta)

mercoledì 28 gennaio 2009

Quale sarà il tuo verso?

Oggi ho incontrato Alunnasfiduciata per un colloquio. Vuole cambiare scuola e forse verrà nella nostra classe. Alunnasfiduciata è spenta, bruciata, ha perso il gusto della letteratura, che amava, il gusto stesso della meraviglia. Insieme alla sua immaginazione ho percepito che sta spegnendosi anche la speranza, e con essa il futuro. Ad Alunnasfiduciata e a quelli come lei dedico questo video, che mi ha cambiato la vita quando avevo la loro età.

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Il testo integrale e traduzione della poesia di Walt Whitmann:

Oh me! O life! of the questions of these recurring,
Of the endless trains of the faithless, of cities filled with the foolish,
Of myself forever reproaching, (for who more foolish than I,
and who more faithless?)
Of eyes that vainly crave the light, of the objects mean,
of the struggle ever renewed,
Of the poor results of all,
of the plodding and sordid crowds I see around me,
Of the empty and useless years of the rest,
and with the rest me, intertwined,
Q: O me! so sad, recurring - what good amid these, O me O life?
A: That you are here - that life exists and identity,
That the powerful play goes on, and YOU may contribute a verse.
Contribute well, O me, O life.


Oh me! Oh vita! Di queste domande che ricorrono,

degli infiniti cortei senza fede, di città piene di sciocchi,
di me stesso che sempre mi rimprovero (perché chi più sciocco
di me, e chi più senza fede?)
di occhi che invano bramano la luce, di meschini scopi,
della battaglia sempre rinnovata,
dei poveri risultati di tutto, della folla che vedo sordida
camminare a fatica attorno a me,
dei vuoti ed inutili anni degli altri, io con gli altri legato in tanti nodi,
a domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre: che cosa
c'è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?
Risposta:
che tu sei qui, che esiste la vita e l'identità,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi
con un tuo verso.
Contribuisci bene, oh me! Oh vita!

martedì 27 gennaio 2009

Diffido dell'istruzione

Oggi - in occasione della giornata della memoria - il direttore della scuola mi ha fatto trovare una bella lettera del preside di una scuola americana ai suoi insegnanti, da commentare ai ragazzi in classe. Lo abbiamo fatto e ne è nata una discussione interessante. Alunnamilledomande mi ha chiesto di mandarla via mail. La copio qui di seguito.

Caro professore,
sono un sopravvissuto di un campo di concentramento.
I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti, bambini uccisi con veleno da medici ben formati, lattanti uccisi da infermiere provette, donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiori e università.
Diffido - quindi – dell'istruzione.
La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti.
La lettura, la scrittura, l'aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani.
(Anniek Cojean, Les memoirès de la shoah)

Queste parole mi sono servite a riflettere sul mio mestiere: un'istruzione disancorata dalla verità sull'uomo può dare luogo a terribili aberrazioni. Queste parole mi hanno ricordato il bello e recente film "La Rosa Bianca": la vera storia di un gruppo di ragazzi tedeschi, veramente istruiti ad essere uomini, che si opposero al regime nazista e pagarono con la vita. Lo consiglio a tutti.

***
"Comprendere non significa negare l'atroce... Significa piuttosto esaminare e portare coscientemente il fardello che il nostro secolo ci ha posto sulle spalle, non negarne l’esistenza, non sottomettersi supinamente al suo peso. Comprendere significa insomma affrontare spregiudicatamente la realtà qualunque essa sia" (H.Arendt, Le origini del totalitarismo)

lunedì 26 gennaio 2009

Fantastico!

Così dicono spesso i miei alunni di fronte a qualcosa che li appassiona (in questo momento le prove per il musical a cui alcuni di loro stanno partecipando). "Fantastico!", un aggettivo magico, che nasconde una dimensione profonda: la scoperta (o la riscoperta) di qualcosa di nuovo e di ricco, capace di appassionare. Tutto merito della fantasia (fantastico!). Infatti l'immaginazione è quel "poco" di poeta, di bimbo e di pazzo che ci portiamo dentro; la misteriosa capacità di risvegliare ciò che sembra addormentato, inerte, piatto. La capacità di giocare con un bastone credendolo un'astronave, per poi un giorno costruirla... La capacità di cogliere il mistero nascosto in ogni cosa, la capacità di sentire cantare le cose nella loro pienezza e promessa di futuro. La capacità che gli antichi scambiavano per una pazzia ispirata da qualche dio...
Senza immaginazione è infatti impossibile cogliere il mistero delle cose, che poi forse è la loro parte più importante. Forse per carenza di immaginazione si può eliminare un bambino nel seno della madre o uccidere un uomo ritenendolo inferiore per i motivi più pittoreschi. Forse per carenza di immaginazione si può distruggere impunemente il creato per fini irresponsabilmente produttivi. Forse per carenza di immaginazione si può ritenere il grande fratello e natale a rio ciò che la gente vuole. Forse per carenza di immaginazione abbiamo smesso di dire "fantastico!", come i miei stupendi quattordicenni. Tutte le grandi scoperte sono figlie dell'immaginazione, e un'epoca senza immaginazione - ma così tante immagini - è una contraddizione che io non mi so spiegare.

***
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
(E.Montale)

sabato 24 gennaio 2009

Natalie

Natalie ha gli occhi verdi. Natalie ha i capelli a caschetto alla francese. Natalie ha da qualche parte una madre francese e i tratti tipici di una francese. Natalie ha lo sguardo vivace di una bambina e la maliconia di una vecchia. Natalie mi stringe la mani con una tenerezza che non conosco. Natalie spesso porta la mia mano sulla sua guancia perchè io l'accarezzi. Natalie si avvicina al mio viso per accarezzarlo. Natalie si fa improvvisamente cupa quando sente che sto per allontanarmi. Natalie non ha età come tutte le persone come lei. Natalie ha una bellezza che io non riesco a capire da dove nasca e glielo ripeto fino alla nausea: "sei bella, sei meravigliosa". Natalie sorride ma non capisce. Natalie ogni tanto mi chiama "mamma". Natalie vive in un ospizio per cerebrolesi. Oggi ho passato con lei 2 ore, mano nella mano. Natalie insegnami la vita. Natalie.
***
The notion of some infinitely gentle
Infinitely suffering thing.
T.S.Eliot, Preludes

venerdì 23 gennaio 2009

Living Room

Stasera a Living Room si parla del rapporto uomo-donna e della specificità che l'una e l'altro danno al rapporto nella costruzione di una storia d'amore. Lo faremo, come sempre a Living Room, guardando un film ("Tootsie") e discutendone. Recentemente mi sono imbattuto in questo trailer che tematizza egregiamente il problema: cosa ho da dare io? cosa hai da dare tu? quando le nostre qualità diventano scambio reciproco e crescita comune? Vediamo come va a finire stasera, intanto godetevi questo gioiello di antropologia del rapporto uomo-donna...

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giovedì 22 gennaio 2009

Canta che ti passa!

Milioni, miliardi di canzoni invadono il mondo ogni giorno. Proprio ieri un'alunna mi ha segnalato un video di una canzone da lei amata. I ragazzi comunicano attraverso le canzoni. Stranamente però si canta poco. Si ascolta molto, si canta poco. A me chi canta fa una grande simpatia. Spesso mi sorprendo a cantare per strada o nei corridoi di scuola e credo mi prendano per pazzo. Ma cantare è segno di sanità mentale: ottimismo e gioia ne sono la causa. Sarà un caso che ci riferiamo a persone tristi dicendoli dei "disincantati". L'origine della parola ha a che fare con l'essere colpiti da incantesimo (incantato) spesso pronunciato sotto forma di canto. Insomma chi rimane senza canto, rischia di rimanere disincantato. Perde la magia del quotidiano da cantare: amore, lotte, passioni, dubbi, sconfitte, gioie, vittorie.
Le persone troppo serie non si reggono. Così come le persone che si prendono troppo sul serio e quelle che non cantano mai, anche se sono stonate. E l'adolescente che si rifugia nella musica forse non sta fuggendo dalla realtà come spesso gli diciamo. Ma semplicemente si rilassa e si gode le cose belle e (magari) le canta. Questo non è mancanza di responsabilità.
Tra i ricordi più belli che ho ci sono serate passate a cantare con familiari e amici sotto le stelle, vicino al mare. Perché non lo facciamo più? Una canzone insieme dopo cena chissà da quanti litigi inutili ci salverebbe o da quali inutili programmi televisivi. La musica sempre più la si ascolta e la si consuma, sempre meno però la si canta.
Canta solo chi è innamorato. Un'epoca disincantata, un'epoca che non canta, è un'epoca dal cuore spento.
***
Chi è nato per cantare
Anche morendo canta.
(G.Ungaretti)

mercoledì 21 gennaio 2009

L'uomo che cadde sulla terra

Oggi ho fatto lezione su questo simpatico articolo apparso qualche settimana fa. Ve lo giro perché merita la lettura.

"Gli spot della classe dirigente"
di R.Chiaberge
(supplemento culturale del Sole 24ore del 21.09.08)

Una sera come tante davanti alla tivù, aspettando il Tg1 delle otto. Dopo il quiz di Carlo Conti parte la raffica degli spot. «Mi sento gonfia» geme una ragazza ingrugnata, accarezzandosi la pancia. «Anche io avevo l'intestino pigro» la conforta l'amica, flessuosa e sorridente. «Ma ora prendo Fibrivia, lo Yogurt con Bifidus. Prova anche tu. Un barattolo di Fibrivia al mattino e in quindici giorni ritrovi la tua naturale regolarità». Stacchetto, e alle due bionde con problemi di stitichezza subentra una famigliola riunita intorno al desco. La mamma vuota nella pentola una confezione di pasta: «Non si può aspettare. Le nuove Lumacotte cuociono in sei minuti!». Esultanza generale. Altro stacchetto, ed ecco l'acqua minerale Sgorghina, che scendendo nelle viscere «lava via i batteri cattivi». Si resta in cucina anche nello spot successivo, dove una voce maschile esalta le virtù del burro Panzanò: «Il 75% di colesterolo in meno nel vostro frigo». Poi è il turno di Del Piero, con l'ex-miss e la suora che fanno «tanta plin-plin». «Puliti dentro e belli fuori». E infine, dulcis in fundo, il primo piano di una tazza (non di quelle dove si beve): un flacone di plastica spruzza un liquido blu, e la ceramica torna candida e splendente. Il ciclo si è compiuto, e siamo pronti per digerire le cattive notizie del telegiornale, i tonfi delle Borse, le bizze dei piloti, l'ultimo attentato a Islamabad, l'ubriaco al volante che travolge la pensionata.

Se un marziano cercasse di capire gli italiani dagli spot televisivi, come faceva David Bowie in quel magnifico film, «L'uomo che cadde sulla terra», ne ricaverebbe l'impressione di un popolo intento solo a mangiare e andare di corpo. Tra yogurt miracolosi, rotoloni che non finiscono mai, ragù con sapore di ragù, detersivi per lavare i contenitori del ragù e dentifrici che garantiscono una bocca pulita al 100% dalle tracce di ragù, sembriamo afflitti da un'ossessione per tutto ciò che avviene nel nostro tubo digerente, dalla deglutizione fino allo smaltimento finale. Pare che la nostra intera esistenza si svolga nel perimetro compreso tra la cucina e il bagno, con una tappa in sala da pranzo (sempre ovviamente, col cellulare acceso a portata di mano).

Ora, che grazie al carobenzina e al tracollo dell'Alitalia la mobilità territoriale si sia ridotta ai minimi termini, è comprensibile. Ma se ci resta soltanto la mobilità intestinale, allora ha ragione chi dice che siamo finiti nella «plon-plon» fino al collo, e nessuno spot ci può salvare.

martedì 20 gennaio 2009

Grazie ragazzi!


Abbiate pazienza, quando sono nervoso... o almeno lo sembro...

lunedì 19 gennaio 2009

Miracoli

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domenica 18 gennaio 2009

Nonna 2.0

All'alba Nonna 2.0 è tornata tra le braccia di Dio.
Dopo anni di sofferenze dovute ad un ictus che l'aveva bloccata a letto.
Quanto amore ha suscitato la sua malattia! Quante cure ha richiesto la sua debolezza!
Lei che da ragazza faceva girare la testa ai ragazzi per la sua altezza ("altezza mezza bellezza!" ripeteva spesso orgogliosa) era ormai diventata piccola come una bambina. Lei che aveva una mente lucida fino alla pignoleria (prodigiosa nel fare i conti) negli ultimi tempi ripeteva spesso le stesse cose o le dimenticava nel giro di pochi secondi. Lei che era stata un'insegnante (e le devo parte del mio DNA) ci ha dato con la sua pazienza la lezione migliore.
Chi le è stata vicino (io purtroppo poco) sino all'ultimo l'amava così come era. Lei non sapeva né poteva fare più nulla. Eppure la amavamo di più. Ripeteva che non sapeva fare più nulla e faceva più di tutti.
Ancora una volta comprendo meglio come la famiglia sia il luogo in cui si è amati per quello che si è e non per quello che si fa. E il difendere e l'amare quello che si è sino alla fine è ciò che non solo fa grande una famiglia e la rende unita, ma è una fonte di amore capace di fare toccare il cielo ai componenti.
E la nonna "l'infinito mare dell'essere" non solo lo tocca, ma ci nuota dentro.
Nelle ultime ore ripeteva spesso: "Chiamami, Gesù".
Chi crede non muore, nasce due volte.

Nonna, adesso nuota libera, felice, per sempre.
Nonna (tu che eri insegnante come me), adesso proteggimi.

venerdì 16 gennaio 2009

Stelle e desideri

Mi è capitato oggi di fare colazione in un bar. Una avventrice, sopravvenuta mentre sorbivo uno dei capolavori dell'arte italiana (il cappuccino), ha chiesto a una delle bariste di leggerle il suo oroscopo. Ne è nata un'accesa discussione sulla possibilità di amore con uno "scorpione". Lo scorpione in questione sembrava non dare speranze di poter stare con lei (buon per lui, dico io...). Alla fine ho dovuto svelare il mio segno, che è stato accolto bonariamente, dato che la figlia della barista è dello stesso segno. Mi ha sempre affascinato la curiosità con cui le persone leggono l'oroscopo, anche quelle, come me, che lo ritengono solo un gioco sociale.

Abbiamo un bisogno fisico di sentirci raccontare la vita in anticipo, per sapere come andrà, se sarà felice. Leggiamo l'oroscopo per lo stesso motivo per cui leggiamo romanzi e andiamo al cinema. Per vivere in anticipo. Per sperare in anticipo. Per metterci alla prova in anticipo. Per sognare in anticipo. Senza un racconto in anticipo la nostra vita è senza direzione. Tommaso d'Aquino, che certo non è uomo sospetto di creduloneria, diceva "Astra inclinant, non necessitant" (gli astri predispongono, ma non determinano), cioè influiscono solo indirettamente su alcune caratteristiche temperamentali, senza per questo determinare la libertà, che rimane intatta e salva.

Le stelle insomma quanto meno provocano nostalgia. La parola desiderio infatti viene dal latino de+sidera (sentire la mancanza delle stelle). Ben venga questa nostalgia delle stelle, che ci chiamano sempre alle cose celesti di questa terra: amore, lavoro, relazioni.

A noi rispondere.

giovedì 15 gennaio 2009

Adamo

Siamo alla nona edizione del grande fratello (minuscolo). Da 9 anni siamo tutti conniventi. I giornali ormai dedicano una rubrica fissa alle vicende della "casa", che tutti sanno cosa è: "la casa" per antonomasia. Peccato sia finta! E quest'anno il senso di realtà ci investe con forza perché nella "casa" entrano - oltre alle curve debordanti di sempre, per il lupo affamato di carne che è in noi - il cieco, il rom, la volontaria... Quanta realtà nel reality!

In ogni vita, in ogni epoca è importante il rapporto con la realtà, è l’unica cosa che conta. Una persona è un io situato in precise circostanze spazio-temporali con tutto quello che contengono. Uno diventa quello che frequenta. Uno diventa le parole che ascolta. Uno a partire dai 30 anni è responsabile della faccia che ha. I ragazzi dopo 10 anni di grande fratello che faccia avranno?

Realtà viene dal latino: c’è dentro la res, la cosa, la concretezza, il toccare, il vedere, la fisicità. Cosa intendiamo dire quando affermiamo che “una cosa è reale”?
In ebraico realtà “terrestre” si dice "adhàm" (adamo): colui che è fedele alla terra, alla realtà. Questo è l’unico modo che abbiamo di essere davvero persone umane: recuperare il rapporto con la realtà. Il rischio è quello di confondere finzione e realtà. Il rischio è quello di non vivere: stare davanti al gf9 non è vivere. E non vivere è un peccato: il peccato, di qualunque tipo sia, è sempre una perdita di tempo. Sempre.

Se tutti per due serate spegnessimo il gf sarebbero costretti a rimborsare un sacco di soldi e a chiudere il programma. Sarebbe così semplice. Ma noi sotto sotto vogliamo quella realtà, perché è comoda, perché la realtà vera, quella di Adamo, ci fa paura, ci fa schifo. Puzza!
Nella casa di Adamo si lavora e nella casa del gf non fanno un cazzo dalla mattina alla sera. .. Nella casa di Adamo la gente muore (di malattia, di guerra, di vecchiaia...) e nella casa del gf la morte non esiste e neanche i vecchi... Nella casa di Adamo la gente nasce, cresce e fatica ad arrivare a fine mese a causa della crisi e nella casa del gf tutti giocano a vivere dalla mattina alla sera come nel paese dei balocchi. Salvo poi trasformarsi in asini. E noi da casa votiamo l'asino più asino di tutti. L'Adamo meno adamo di tutti.

Spegni il gf e vivi Adamo! A questo sei chiamato! Il cieco, il rom, l'amico, l'amica, la sorella, il fratello, il collega sono accanto a te! Li puoi toccare. Sono reali. Reale è il tempo che dedichi loro. Ne va della tua felicità. Solo chi è fedele alla terra vive. Solo chi è fedele alla terra trova la felicità.

mercoledì 14 gennaio 2009

La preghiera del clown

Un amico mi ha regalato questa preghiera tratta da un film di Totò. Mi è piaciuta. Ve la giro.

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Beati coloro che sono capaci di sorridere sempre, perché hanno capito che la realtà non dipende da loro. Solo così ogni giorno diventa il più bello spettacolo del mondo. Dopo aver letto il post e visto il video sorridete a qualcuno, così, gratuitamente, anche se dentro non ne avete motivo. E poi fatelo un'altra volta. E poi un'altra ancora. Scoprirete che "la felicità è una merce meravigliosa: più se ne distribuisce e più se ne ha" (B.Pascal).

martedì 13 gennaio 2009

Ettore

Il personaggio che amo di più nell'Iliade è Ettore. Forse la grandezza dell'Iliade sta nel fatto di entrare con profondità tutta nuova nel cuore dei vinti, degli sconfitti. All'altisonante e a volte ridicola iattanza di Agamennone, Achille, Diomede e persino Ulisse, fa da contraltare la grandezza tragica di Ettore e la sua famiglia. Oggi abbiamo letto in classe il passo in cui, egli, sicuro di morire e schiacciato dalla responsabilità per il suo popolo, incontra la moglie e il figlio. Alcuni ragazzi, e non scherzo, si sono commossi: quando Andromaca, che ha perso padre, madre e fratelli a causa di Achille, dice al marito "tu sei per me padre e nobile madre e fratello; tu sei il mio sposo fiorente"; quando Ettore ancora sporco dalla battaglia e armato cerca di abbracciare il figlio che si ritrae spaventato e solo quando il papà si è tolto l'elmo chiomato si lascia abbracciare e baciare; quando Ettore porge il figlio alla moglie e lei "sorride in mezzo al pianto e lo sposo si intenerisce a guardarla, l'accarezza con la mano" e le dice "il fato, ti dico, non c'è uomo che possa evitarlo, sia valoroso o vile, dal momento che è nato". Tutta la tragedia è concentrata nel cuore di Ettore, schiacciato tra la responsabilità, la sete di gloria, il fato a cui non può sottrarsi e la nostalgia infinita del figlio e della moglie.
Rileggete il libro VI dell'Iliade dal verso 369 al 502 (o magari tutto...). Forse direte come Alunnasensibile "Prof mi ha messo una tristezza infinita": avrete detto la cosa giusta.

Io sto con Ettore, eroe malinconico, come tutti noi, quando siamo costretti a combattere e, nostro malgrado, a perdere quello a cui teniamo di più.
Un giorno se ci riesco gli dedico un racconto...

lunedì 12 gennaio 2009

Una sedia

Questa meravigliosa foto di sorella-desperatehousewife mi ha fatto tornare in mente una pagina che avevo scritto qualche tempo fa per fratello-happydays: una sorta di capitolo spurio del Piccolo Principe.
***
Nel pianeta successivo il piccolo principe vide una sedia. Era vuota. Il piccolo principe non aveva mai visto una sedia e si avvicinò. Senza saperlo quello che fece fu sedersi. Era su una spiaggia e la sedia era rivolta verso il mare. Si sedette tenendo le gambe sollevate, stringendole tra le braccia. Riusciva a stare tutto rannicchiato come una noce. Chiuse gli occhi. Si sentiva solo il rumore della schiuma. Il vento arruffava i capelli mai pettinati.
Rimase in silenzio ad ascoltare.
“Cosa fai tu sulla mia sedia?” – lo interruppe spaventandolo una voce.
Era un uomo dai piedi scalzi. Abbronzato dal sole e levigato dal vento.
‘Sono strani i grandi’ pensò il piccolo principe. Usano sempre la parola mio, anche quando non ce n’è ragione. Li fa sentire più sicuri.
“Scusami, ma non sapevo fosse una sedia” – rispose all’uomo che lo fissava.
“Non sapevi che fosse una sedia? – disse l’uomo dagli occhi neri – ma da dove vieni, dalla giungla?”
“No, non conosco quel pianeta... Vengo dal mio asteroide. Lì ho lasciato la mia rosa” - rispose il piccolo principe.
“Ah capisco…” - disse l’uomo incerto.
“Cosa è una sedia?” - chiese allora il piccolo principe.
“La tua domanda è alquanto inadeguata, ragazzo!” - rispose l’uomo.
“Perché? Mi sembra la più importante, perché io la prossima volta ne faccia buon uso… - ribattè il piccolo principe – ma tu perché dici cose così complicate? Sarebbe più facile rispondere… Chi sei?”
“Sono un filosofo” - rispose l’uomo chiudendo gli occhi fino a ridurli una fessura.
“Un filosofo e una sedia. Adesso sono due le cose che non conosco…” - disse il piccolo principe un po’ preoccupato.
“Il filosofo è chi ama la sapienza. La sapienza è la conoscenza profonda delle cose” – disse l’uomo della sedia.
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano” - rispose il piccolo principe “l’ho imparato dalla volpe. Ma non mi aveva detto di essere filosofo. E’ più simpatico volpe di filosofo. E’ più facile almeno…”.
“Anche tu sei un filosofo. Sai già tutte queste cose alla tua età. Si conoscono solo le cose con le quali creiamo dei legami – disse il filosofo e continuò – e per i legami ci vuole tempo”.
“Anche questo mi ha detto la volpe. Dovevo tornare da lei tutti i giorni alla stessa ora; prima in silenzio, poi a poco a poco aggiungere una parola. Poche parole ogni giorno. Così l’ho addomesticata. Così siamo diventati amici” - disse il piccolo principe scrutando il volto dell’uomo.
“Quindi la tua domanda sulla sedia era inutile…come ti avevo detto…”- rispose l’uomo in un sorriso.
“Non capisco, signor filosofo” - rispose il piccolo principe, ricambiando il sorriso.
“Una sedia è il luogo necessario ad addomesticare tutte le cose. Ti metti lì davanti a ciò che vuoi addomesticare. In silenzio. E ogni giorno si aggiunge una parola. Senza una sedia è impossibile diventare filosofi” - disse l’uomo.
“Ne farò una sul mio pianeta. Voglio essere filosofo anche io. Per prendermi cura di tutte le cose del mio pianeta. Non sapevo che si potessero ascoltare così…” - disse il piccolo principe – “Tu da cosa hai cominciato?”.
“Dal mare. Dalla sabbia. Dal vento” – rispose l’uomo.
“E sei riuscito ad addomesticarli?” – chiese il piccolo principe preoccupato.
“E’ troppo presto per raccontarlo. Troppo lungo…” rispose l’uomo.
“Beh ma allora a che ti serve la tua filosofia?” – chiese il piccolo principe.
“Se hai pazienza ti insegno a costruire una sedia” – rispose l’uomo disegnando delle figure sulla sabbia con il piede.

sabato 10 gennaio 2009

Mezzo secolo in 6 minuti

Un trattato di storia contemporanea in pochi minuti... Voglio impararlo anche io.


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venerdì 9 gennaio 2009

Decalogo del prof - IV

Mi collego al post di ieri per formulare il quarto comandamento del mio decalogo in costruzione (ci vuole tempo...).
Riporto gli altri e aggiungo il nuovo:

1) Gli dei hanno dato agli uomini due orecchie e una bocca, per ascoltare il doppio e parlare la metà.

2) Se vuoi insegnare qualcosa a qualcuno devi prima imparare qualcosa da lui.

3) Credi nei tuoi alunni più di quanto loro credano in sé stessi.

4) Dai tempo al tempo. Non puoi accelerare la crescita di una pianta, puoi solo aiutarla a crescere bene.

giovedì 8 gennaio 2009

Dai tempo al tempo

Vedo alunni andare spesso in crisi perché vogliono ottenere risultati subito. E non riescono. Vedo adulti andare in crisi perché corrono corrono corrono per raggiungere risultati che a volte non arrivano e se arrivano non erano così esaltanti come si aspettavano. E allora ricominciano a correre. E prima o poi vanno in crisi anche loro.
Ci siamo dimenticati che viviamo nel tempo? Che il nostro cuore e la nostra mente colgono, capiscono, amano, gradualmente? Ci siamo dimenticati che il senso della nostra vita non sono i risultati sul lavoro? Il lavoro è un mezzo non un fine.
Si lavora per vivere (non viceversa). Si vive per amare.

Vivere è vivere nel tempo: cioè essere pazienti.
Per l'uomo paziente il tempo non è mai un nemico. Presto o tardi porta solo cose buone, perchè è nella mani di colui che "move il sole e le altre stelle", come direbbe Dante. Solo così si gusta persino l'attimo fuggente. Il tempo ci chiede di essere disponibili e fa di noi ciò che realmente siamo. Non è passività, ma realismo.
L'amore ha bisogno di tempo. Non tutto e subito.
La verità richiede tempo. Non tutta e subito.
Il tutto e subito è proprio del bambino e del suo pensiero magico.
E a volte ci ritroviamo disillusi e piagnucolanti perchè siamo ancora bambini egocentrici.
E la realtà invece ci guida, lentamente, verso la piena maturità, se ci diamo tempo: la pazienza di accoglierlo come viene.
Me ne rendo conto con l'insegnamento. Anche io vorrei tutto subito. Quando lo faccio rovino me e gli alunni. Ci vuole pazienza. A poco a poco. Gradualmente. Presto o tardi i frutti arrivano.
***
La pazienza vince sempre, essa non sarà mai sconfitta e rimane sempre donna
Caterina da Siena

mercoledì 7 gennaio 2009

Grazie al cielo!

Nevica da due giorni (la foto lo dimostra...). Le macchine sono pandori ambulanti. Le strade deserti freddi, tracciati da Suv che, per la prima volta, trovano una ragion d’essere che non sia la volontà di potenza. Gli alberi piegati dal dolce carico fioriscono in un'apoteosi di fiocchi bianchi come fiori di ciliegio. Prof 2.0 guarda il cellulare da quando si è svegliato e spera che arrivi il fatidico messaggio: la scuola è chiusa. Nulla.
La gente per strada è più buona, a differenza di quando finiscono le feste. Sarà la neve che rende tutto e tutti più immacolati, con il suo legare misteriosamente terra e cielo, come la pioggia non sa fare. La scuola è semideserta. Tanti hanno rinunciato, tanti non ce l’hanno fatta ad arrivare. I pochi alunni sopravvissuti si sentono in vacanza. Prof 2.0 li rimprovera per questo loro atteggiamento fancazzista nevaiolo. Cosa dovrebbe mai cambiare un po’ di vapore acqueo condensato che copre tutto nascondendo il grigio e rendendolo meraviglioso e aggraziato? Già. Cosa? Ipocrita. Prof 2.0 ipocrita! Tu che avevi aspettato lo stesso messaggio che aspettavano loro. E tu sei un adulto! E non solo tu. I tuoi colleghi, anche quelli insospettabili, ti confidano che speravano nello stesso messaggio... Tutti uguali: prof e alunni, questi sinceri i primi no... Tutti presi dalla smania del bianco. Trascorrono le ore di lezione in modo più piacevole e disimpegnato, dato il numero di assenti. Quando Prof 2.0 esce da scuola ammira lo spettacolo più bello: i bambini della materna giocano con le maestre nel cortile della scuola a palle di neve. Loro sono gli unici che hanno capito. Noi adulti abbiamo fatto anche oggi il nostro stupido dovere.
Sembra che domani e dopodomani la scuola resti chiusa.
Non siamo ipocriti: grazie al cielo!

martedì 6 gennaio 2009

Befana

Un regalo per i vostri bambini e per il bambino che c'è dentro di voi. Auguri!

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lunedì 5 gennaio 2009

In principio era la fiducia

Quando parlo dei miei alunni sento spesso la fatidica frase che bolla gli adolescenti di oggi come irresponsabili, cioè letteralmente "persone incapaci di rispondere" (dal latino respondere). E sono solito rispondere che l'adolescenza è proprio l'età in cui il bambino uscendo dal suo egocentrismo magico comincia a percepire il mondo e a rispondergli. Il punto quindi è se nel mondo l'adolescente trova persone che lo aiutino a dare risposte, prima ancora che a farsene carico.
Come si fa questo? Io ho trovato solo una ricetta: la fiducia.
Tutte le volte che ripongo la mia fiducia nella capacità che ogni persona ha di fare ciò che è buono e bello, quella persona si mostra realmente capace di ciò che è buono e bello. La fiducia ha quasi un potere creativo: trasforma la persona in cui è riposta in una persona degna di fiducia e questo la rende responsabile. In poche parole la fiducia è dare del tu alle persone. Ma un tu reale. Solo se do del tu ad una persona risveglio in lei la capacità di rispondere. In un clima di sfiducia l'altro non è un tu, ma un quello, un anonimo della massa. Non ci si aspetta che risponda, perché non si crede neanche che esista e sia capace di qualcosa di buono e bello...

Tutte le volte che do questa fiducia ad un alunno, anche debole, risponde.
Tutte le volte che i genitori danno questa fiducia al figlio, risponde.
Tutte le volte che qualcuno mi dà fiducia, rispondo.
Non la paura, non l'imposizione, non la minaccia rendono responsabili.
Solo la fiducia.
***
Il libro di cui vedete la copertina ne parla sotto forma di romanzo spassoso e paradossale.
Per chi fosse interessato al tema lo consiglio.

domenica 4 gennaio 2009

Ogni persona è un dono e un messaggio

Ieri una cena di compleanno. Oggi pranzo con una famiglia. In meno di 24 ore ho conosciuto almeno 10 persone nuove. Ciascuna con una storia da raccontare: sogni, paure, idee, progetti, sfide, scoraggiamenti, slanci... Mi arricchisco di ogni persona che incontro. A volte mi sento un vampiro di storie altrui. Ogni persona che incontro è un messaggio e un dono. Mi stupisco di fronte ad ogni persona, soprattutto quelle più diverse da me. E imparo un milione di cose: da come si gestisce un albergo low cost a come si ascolta Fabri Fibra, da come si lavora con i bambini in un ospedale a loro dedicato a come si gestisce un fondo d'arte di una banca, da come si studia l'arabo in università a come si gioca all'ultimo gioco della playstation.
È così facile vivere quando incontri veramente le persone. È così facile imparare, meravigliarsi, ricevere, crescere.
Nel mondo l'unica legge per vivere davvero è incontrare la persona; sfiorarne il cuore, dove sono custoditi amori, scelte, progetti. Il luogo dove c'è scritto per chi o cosa vivi.
E per ogni cuore che incontri davvero, non basterebbe un romanzo.
Perchè non riusciamo a vedere il bello delle persone?
Perchè è così difficile amare, se ciascuno ha qualcosa di unico da donare al mondo?

sabato 3 gennaio 2009

E cos'è che volevi?

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

R.Carver, Late fragment

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos'è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

R.Carver, Ultimo frammento

venerdì 2 gennaio 2009

L'infinito mare dell'essere

Vi regalo per iniziare bene l'anno questo capolavoro di poesia. Vi scapperà una lacrima. Me ne assumo tutte le colpe.
video
Un giorno ritroveremo tutte le persone che abbiamo amato "nell'infinito mar dell'essere", come lo chiama Dante.

giovedì 1 gennaio 2009

Siamo fatti di giorni

Anno nuovo. O meglio primo dell'anno. Auguri!
365 giorni, 8760 ore, 525.600 minuti.

Mi è capitato di ascoltare recentemente una bella canzone di R.Vecchioni che si intitola "Tu quanto tempo hai?" (Se volete ascoltarla cliccate). Ve la consiglio caldamente, soprattutto oggi, primo dell'anno. Il ritornello struggente ripete: "Tu quanto tempo hai? Quanto amore hai? Basta solo sapere questo sai, conta solo questo sai".
All'inizio dell'anno mi chiedo cosa voglio fare di un altro anno che inizia. E mi rispondo che voglio amare di più. E l'unico modo per amare è donare. E cosa posso donare se non il mio tempo. Cosa ho di assolutamente mio se non i miei giorni? Amore e tempo. Forse il tempo che ci è concesso è l'unica realtà veramente nostra che abbiamo, o almeno la realtà veramente nostra che possiamo donare. E quanto ne doniamo, tanto amiamo.
Se Dio mi aiuta quest'anno voglio donare tante delle quasi 9000 ore che avrò a disposizione agli altri. Quella sarà la misura del mio amore. Quella sarà la misura della mia felicità.
Tu quanto tempo hai? quanto amore hai?

***
Amor meus, pondus meus. (Il mio amore è il mio peso)

Agostino, Confessioni 13, 9, 10