Lo spirito del blog - La vita: commedia o tragedia?

Questione di inquadrature. La commedia è la vita in campo lungo e la tragedia la vita in primo piano. Se inquadri da lontano un uomo che cammina per strada e scivola su una buccia di banana, è divertente. Ma se ti avvicini, non è più divertente perchè si vede il dolore... Per comprendere la mia vita e quella altrui mi sforzo di osservare sempre attraverso la doppia inquadratura... Così quando prendi qualcosa troppo sul serio riesci magari anche a riderne e a conservare il buon umore... E invece quando prendi qualcosa troppo poco sul serio scopri che devi fermarti e comprenderla...

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giovedì 31 luglio 2008

Shit City Holiday

C'è una strada che percorre Shit City. Una strada che porta in periferia. E' vero che il paradiso si nasconde in ogni angolo della città, ma gli occhi di chi lo cerca a volte sono stanchi e l'attenzione protratta a lungo finisce col diventare tensione e stanchezza. Quello è il momento di imboccare quella strada, che porta alla periferia. Su quella strada passa un autobus, sul quale c'è sempre posto. Le fermate sono le persone che lo aspettano. Il capolinea della corsa è fuori da Shit City in un luogo senza nome, dove l'eco della città si spegne e la bellezza è l'unica luce a cui gli occhi dovranno abituarsi. Il bagaglio deve essere leggero. Si può portare un solo esemplare di ogni cosa, purchè sia il più importante: quello che rimarrebbe di Shit City se Shit City all'improvviso sparisse. Sull'autobus troverò tutti gli amici di Shit City: Qualcuno e Qualcosa, Beppo lo spazzino, Ognigiorno e Persempre, e altri volti noti e meno noti... Li porto tutti con me per farmi raccontare con calma le loro storie, le mie storie. In quel luogo ci si riunisce la sera come ai tempi di Omero e ciascuno a turno inventa e racconta una storia. Tornerò con il cuore pieno di storie da raccontare, dopo aver imparato ad ascoltarle. Riesce a raccontare solo chi riesce ad ascoltare. Vado ad imparare ancora una volta ad ascoltare.
Ecco l'autobus. Non appena salgo vedo una donna con un bambino. La donna ha gli occhi rossi di pianto e il bimbo le parla. Mi siedo dietro di loro incuriosito e non posso fare a meno di cominciare ad ascoltare (e a raccontare) la mia prima storia:

“Mamma non piangere: la vita è un paradiso, e tutti siamo in paradiso, ma non vogliamo riconoscerlo: che se avessimo volontà di riconoscerlo, domani stesso si instaurerebbe in tutto il mondo il paradiso”.

***

ps. ti ringrazio amico, ti ringrazio amica per il viaggio che hai fatto insieme a me e spero che al mio ritorno continuerai a solcare insieme a me queste strade... E se non puoi aspettare cerca la strada di cui ti ho parlato. Sai dove trovarmi: dove si ascoltano le storie.

mercoledì 30 luglio 2008

De reditu suo


Oggi Prof 2.0 torna in Italia. Non avrà tempo per il blog, ma vi regala un sorriso con Calvin impegnato a stupirsi del fatto che anche i prof d'estate vadano in vacanza... (coffin: sarcofago).

martedì 29 luglio 2008

Vacanze e riposo 2

Ognuno sa che alcune esperienze ci «consumano» - lo si dice comunemente di un amore infelice, o anche del dolore, ma più quotidiana ancora è la stanchezza enorme che può causare una persona noiosa. E che altre ci «riempiono», ci «danno vita», ci «ricreano» - l'amore stesso, da un altro punto di vista, ma anche la lettura di un buon libro o un incontro, anche una semplice conversazione. La nostra stanchezza non è solo un indice del bisogno di ricambio fisico, ma anche e soprattutto di quello di ricambio dell’anima. In francese c’è un termine bellissimo: se ressourcer, attingere a nuove fonti di vita. Come fare? Lasciando che le cose siano sé stesse aldilà di ogni scopo immediato: sospensione dell’immediatezza del vivere e meraviglia. Si può sorbire un caffè in stato di riposo, o no. Lo stato di riposo è quello che permette al caffè di liberare il suo aroma e il suo sapore come se questo presente non ne comportasse più uno diverso, a venire. Conferisce al caffè quel minimo di assolutezza che basta a rendere veramente indipendente da ogni motivazione bell’e fatta il berlo – piacere, fine del pranzo, necessità di svegliarsi. Messo fra parentesi lo strato di banalità che le cose hanno quando se ne comprende solo ciò che se ne può prendere, ogni cosa diventa una porta alla ricerca infinita dell’essenziale, attestando a chi vorrà dimorare abbastanza a lungo nella luce del suo “fenomeno”, del suo apparire – si tratti di una melodia, di un’azione giusta o di una ingiusta, di una fisionomia d’uomo o di donna, di una cattedrale gotica, di una cerimonia, o anche solo del gusto del caffè – che nulla appare invano e in ogni cosa appare il paradiso.Si tratta di cercare quella quiete che è non ha fuori di sé il suo scopo: quella che distingue il movimento della danza, che non serve ad andare da nessuna parte. È il paradosso del riposo. Per il quale più si è in riposo più si è in intimo moto, più la quiete è profonda più la vita è viva, meno si vuole pensare e vedere e più largo è l’orizzonte del visibile per la mente, più folti e insieme limpidi i nessi che le cose mostrano al pensiero. Allora adesso occorre fermarsi e riposare. Lasciare che lo sguardo si posi e la realtà entri senza scopo nella nostra vita. Basterà il respiro del mare, l’aroma di un caffè, un verso, una pagina, una chiacchierata, una canzone, una preghiera… a riempire il nostro cuore di quella pace e gioia che sono il vero riposo.

lunedì 28 luglio 2008

Vacanze e riposo 1

Per questa riflessione prendo a prestito molte citazioni di un saggio di R.De Monticelli che mi avevano colpito.
***
Abbiamo bisogno di vacanze. Ma cosa è la vacanza? Il termine ricorda il vuoto (vacatio), qualcosa che viene a mancare rispetto al via-vai quotidiano. Ma come questo meno puo' in realtà diventare un più? Lo scopriamo se riflettiamo sulla stanchezza, che è il motivo per cui andiamo in vacanza. Se scopriamo cosa è il vero riposo avremo una chance in più di tornare dalla vacanze riposati e non più stanchi di come le abbiamo cominciate. C’è chi pensa che riposare sia dormire e fare più cose (divertenti) di quelle che si facevano nella vita di tutti i giorni. Questa ricetta è la migliore per fallire la vacanza e il suo senso. Divertirsi e dormire non è riposare.
Quando si è veramente molto stanchi, è difficile cominciare davvero a riposare. Perché? Per un paradosso: perché per riposare ci vogliono energie. Riposare è uno stato di veglia contento del presente, ovvero insieme pago di ciò che ora si dà, senza più l’assillo dei mille problemi da risolvere, funzionali al poter vivere: frinito di cicala, respiro del mare, un verso sulla pagina aperta, un volto. Ma per gioire di un volto amato o apprezzare la musica di un verso, o anche solo quella fragorosa e alta delle cicale in una pineta estiva, bisogna puramente e soltanto sentire. Cosa vedo del mare se me ne devo solo servire per nuotare e rimettermi in forma?
Il riposo si distingue dal semplice sonno, richiede più vita, più energia, che la routine delle preoccupazioni ed occupazioni quotidiane. Ci vuole vita per ricostituire la vita, per ricrearci! E’ questo il paradosso della stanchezza. Il cane corre e gioca, poi dorme. A noi, dormire non basta per raggiungere lo stato di riposo, di ricreazione. E la fresca energia che ci dà una bella dormita non è necessariamente quella che ci vuole per… riposare, cioè per ricrearci e sentire fluire in noi nuova vita, nuova energia. Che cosa ci vuole allora?

(CONTINUA)

sabato 26 luglio 2008

Escatologia


Prof 2.0 ha poco tempo in queste ore per curare il blog. Ma il suo alter ego fumettistico basta e avanza...

venerdì 25 luglio 2008

Compiti per le vacanze...

Prof 2.0 approva la decisione della mamma di Calvin e la suggerisce a genitori e prof...

giovedì 24 luglio 2008

The Eagle and the Child

Ieri Prof 2.0 ha pranzato nel pub dove si riunivano gli Inklings, il gruppo di scrittori inglesi di cui facevano parte Tolkien e Lewis. Il pub (ribattezzato bonariamente dal gruppo letterario "The Bird and the Baby") non ostenta questo illustre passato, nè fa nulla per approfittare del richiamo turistico di mura che hanno ascoltato in anteprima le pagine de Il signore degli Anelli e delle Cronache di Narnia. La grande letteratura sboccia anche grazie a legami di amicizia forti. La nostra epoca, segnata dall'individualismo, anche artistico, fa fatica a far emergere capolavori. Tolkien lo disse piu' volte: senza l'amicizia e l'incoraggiamento di Lewis Il Signore degli Anelli non avrebbe mai visto la luce. Sembra che Lewis credesse nell'opera molto di piu' di quanto facesse lo stesso autore.
Ci vogliono maestri capaci di suscitare e incoraggiare i talenti dei giovani.
Ci vogliono amici capaci di credere in te piu' di quanto tu creda in te stesso.
Ci vogliono amici capaci di mettersi in gioco svelando il proprio mondo di elfi e di hobbit, senza paura di essere derisi o non compresi.

martedì 22 luglio 2008

Calvin


lunedì 21 luglio 2008

Shit City Hunt

In giro per Londra con quindicenni. Londra in questo periodo ha piu' italiani che inglesi. Due frammenti di conversazioni hanno investito Prof 2.0, provocandogli una certa amarezza, non puritana.

Un ragazzo chiede ad un altro in merito all'ambiente in cui si trova l'amico "C'è molta figa li'?" (traduzione silmultanea: ci sono molte ragazze belle?).

Un ragazzo, con voce entusiasta e invidiosa, racconta ad un altro, "Si è fatto una modella, una certa XY, vai a vedere le foto su internet" (il verbo farsi ricorda le dipendenze...).

Abbiamo trasformato il mondo degli adolescenti in una grande caccia. Non si parla piu' di storie d'amore, ma di prede e delle loro parti piu' prelibate...

La donna, una specie tutt'altro che protetta, paga per tutti...

sabato 19 luglio 2008

Ascoltare

Qualche giorno fa si parlava di superficialità e del suo antidoto principale: rispondere. A qualcuno potrebbe venire un'ansia da risposta, a volte rispondere richiede anche solo il semplice stare ad ascoltare, come in questo spezzone di About a boy. Markus, il ragazzo, ha paura che la madre tenti di nuovo il suicidio e si confida con il perdigiorno dongiovanni Will, che comincia ad uscire dalla sua superficialità diventando responsabile (rispondendo alla) della vita del ragazzo. Come? Con una parolaccia.

giovedì 17 luglio 2008

Annibale

Annibale è un quindicenne dal carettere meraviglioso e dalla sensibilità sopra la media. Si trova in quella fase delicata e straordinaria di chi abbandona i panni del bambino e comincia a diventare adulto. Una battaglia si combatte nel suo cuore: la ricerca di quella che lui chiama naturalezza. Vuole essere sè stesso in qualsiasi circostanza, superando l'atteggiamento camaleontico di chi prende il colore degli ambienti in cui si trova, scoprendosi ogni volta diverso e determinato dallo sguardo altrui e non dalla verità su di sè. Il nemico da sconfiggere è l'ansia di essere accettato, che si presenta sotto due forme che Annibale ha descritto perfettamente: da un lato l'autocensura (quando sto con un certo gruppo di amici smetto di usare il congiuntivo...) e dall'altro l'esibizionismo (faccio la cosa piu' stupida che mi viene chiesta per mettermi al centro dell'attenzione). Si rende conto, con rammarico, di questi comportamenti 20 minuti dopo averli messi in atto, i fili della marionetta si svelano per quello che sono: fili che tolgono la libertà, anche se apparentemente sono causa del movimento e del consenso divertito del pubblico.
Prof 2.0 sa che il ragazzo sta vivendo una fase normalissima dell'adolescenza e che la sua chiarezza di idee è già almeno la metà della soluzione. Sapere contro chi si combatte è metà della vittoria diceva qualcuno. Ma quanta paura nello sguardo di Annibale: smarrimento, timore di non farcela, di non essere accettato, di scoprirsi e farsi conoscere per quello che è ed essere deriso...
Annibale, solo la verità rende liberi e trasforma le marionette in persone. Cercala senza paura e se ti scoraggi vienimi a cercare.

mercoledì 16 luglio 2008

Superficialità 3

Nel caso in cui si continuino a prendere in prestito le identità, appicandosele addosso, presto o tardi, si verificherà un conflitto di questi personaggi. Un conflitto salutare da cui potrà uscire vincitore il vero volto della persona, divenuta capace di gettare via le maschere. Come fare? Esiste un antidoto alla superficialità? La profondità del sentire. Ma questa non è ancora una risposta. Come fare a raggiungere la profondità del sentire? Come fare a risvegliare quegli strati della nostra sensibilità non ancora attivati?
Incontrando la realtà. Diventandone responsabili. Responsabili in senso stretto: rispondere alle cose e alle persone che incontriamo. Rispondere in prima persona. Rispondere in prima persona è dedicare tempo ed energie: una strada faticosa, ma ripagata dal panorama.
Rispondere ad un libro è leggerlo con una matita in mano e scrivere ai margini della pagine cosa ci interpella. Rispondere ad un quadro è osservarlo per almeno 15 minuti e non fargli la foto come i giapponesi. Rispondere ad un malato è provare a curarlo o almeno stargli vicino. Rispondere ad una relazione difficile è ascoltare il punto di vista dell'altro e farlo proprio. Rispondere. Rispondere. Rispondere. Solo rispondendo si diventa responsabili delle cose e delle persone. E solo la responsabilità di vite altrui (anche attraverso le cose prodotte dalle vite altrui) attiva e approfondisce la nostra sensibilità e ci rende meno superficiali.
I nostri occhi a poco a poco saranno allenati a leggere la realtà in profondità, senza paura. Saremo disposti a farci carico della realtà. Chi ci passerà accanto sentirà su di sè uno sguardo amico, comprensivo, paterno: un luogo in cui poter riposare. Un luogo in cui la persona puo' riposare e far riposare gli altri. Un luogo dove si gioca la verità della parola "io", senza finzioni. L'unico luogo in cui si puo' stare con Dio, perchè quel luogo è suo.
L'alternativa è una sorta di anestesia. Un indurimento del cuore che è la peggiore malattia spirituale: non si vede piu' nulla dentro e fuori di sè. E i cuori incapaci di sentire le vite altrui sono i piu' facilemente disposti ad eliminarle, perchè non le vedono neanche. La storia del XX secolo ha insegnato quanto questo sia non solo possibile, ma reale.

martedì 15 luglio 2008

Identità ristrette

A Londra con un gruppo di quindicenni. Dopo una prima parte della scorribanda insieme, il gruppo decide di dividersi in due. Una parte andrà a visitare la National Gallery (un posto con quadri immortali di Leonardo, Piero della Francesca...) e l’altra a fare shopping in giro per le vie più cool della città. A Prof 2.0 tocca accompagnare il secondo gruppo, assetato di marche e gadget. Primo obiettivo da raggiungere un famoso negozio di abbigliamento, presente solo in tre città del mondo. Avere una maglietta di questo marchio significa essere parte di una elite. Il luogo è una vera e propria esperienza esistenziale. Non ci sono nomi o insegne. Un palazzetto anonimo al cui interno avviene la magia. Pareti nere, un profumo delicato che pervade ogni stanza, musica disco e commessi usciti dalle copertine di una rivista di moda. Se vuoi essere qualcuno devi comprare una maglietta qui. E il negozio è pieno di gente con pile di indumenti da provare, con occhi che brillano di identità ritrovate. La coda per pagare si aggira attorno ai 30 minuti. Quella per provare il doppio… Prof esce. Non avrebbe comprato nulla, anche solo per la fila. I quindicenni escono trasformati, un supplemento di identità gli si è stampato addosso. Un surrogato di anima che li rende più forti, felici, capaci di essere. I venditori di identità fanno soldi a palate. I quindicenni in cerca della loro le comprano volentieri. Prof 2.0 alla loro età era tale e quale. Per certi versi è rimasto tale e quale e per questo li capisce. Ma sa bene che questo non basta ad essere sè stessi, soprattutto se poi la maglietta-identità si restringe dopo il primo lavaggio...

lunedì 14 luglio 2008

Superficialità 2

Il superficiale sente male la realtà.
Fino a che punto ne è responsabile? Questione di età. Non ha colpa se chi aveva il compito di educarlo non ha avuto la capacità di aiutarlo in questo viaggio. A proposito cito un commento illuminante di mamma E.R. al primo post sulla superficialità:

Ai giardini pubblici due bambini giocano. Uno si mette a piangere e l'altro che lo guarda stupito non comprendendo il senso di quel pianto, chiede spiegazioni alla mamma che gli dice: "forse vorrebbe il tuo giocattolo"e lui all'improvviso glielo porge. Il primo bambino si acquieta, l'altro ora deve fare i conti con questa nuova sensazione, da una parte le sue mani vuote e dall'altra il desiderio di riappropriarsene con un gesto prepotente, non sa tenere insieme i due desideri. In questo frangente una mamma può aiutare il figlio a capire la complessità della realtà oppure ha la possibilità di restare alla superfice di essa, se alla prima domanda sul pianto risponde: non lo so, affari suoi. Ecco la perfetta legge dell'estraneità che ci fa restare sempre alla superfice delle cose e di noi stessi.

I bambini e gli adolescenti sono per natura superficiali. Cominciano a conoscersi partendo dalla superficie e giocano tutto sulla superficie. Solo gradualmente scoprono la propria profondità e quindi identità. Ma se gli educatori non li aiutano in questo viaggio al centro della terra, incoraggiandoli a scoprire e far fiorire i propri talenti, i giovanissimi andranno coerentemente alla ricerca della profondità attraverso la superficie. Così cercheranno di raccontare la loro identità profonda esclusivamente in superficie, attraverso la sperimentazione (aspetto, piercing, tatuaggi...) e il prestito di identità attraverso i marchi: tutte forme di racconto, che gradualmente dovranno essere sostituite dalla narrazione della propria identità a partire dalla conoscenza di sé e della realtà. Per potere dire "io" occorre raggiungere quel luogo profondo in cui questa parola nasce e a ha senso. Come fare? Senza quel luogo si potranno dire molteplici "io" presi in prestito e dislocati sulla superficie del corpo come una specie di affresco. A che prezzo?
(CONTINUA)

sabato 12 luglio 2008

La pioggia non cade, canta.

Tolkien ha scritto alcuni capitoli del suo capolavoro nel college in cui Prof 2.0 alloggia in questi giorni. Li ha scritti nel periodo in cui ne era professore. Prof si aggira in questi luoghi immaginando di passeggiare con lui, facendosi insegnare come guardare quel che lo circonda. Vede gli stessi prati e boschi. Prega nella stessa chiesetta che Tolkien frequentava tutti i giorni. E' bagnato dalla stessa pioggia. E la pioggia qui è parte del paesaggio in modo tutto nuovo. Sembra cantare sull’erba sempre-verde e risuonare sulle foglie degli alberi. Non è un caso che Tolkien, quando scrisse quel meraviglioso mito della creazione per via musicale, contenuto nel primo capitolo del Silmarillion, mise queste parole in bocca ad uno dei suoi personaggi, Ulmo, nella crezione, l’angelo responsabile delle acque:

“Davvero l’acqua è diventata adesso più bella di quanto il mio cuore avesse potuto immaginare. I miei pensieri segreti non avevano concepito il fiocco di neve, né in tutta la mia musica era contenuto il cadere della pioggia”

Grazie agli artisti la realtà diventa abitabile, meravigliosa, grazia. Persino la pioggia, che da queste parti non cade e basta, ma canta...

venerdì 11 luglio 2008

Superficialità 1

Per Prof 2.0 non è semplice connettersi nel college in cui si trova adesso così, purtroppo, la sua blogdipendenza verrà drasticamente ridotta... Ma cerchiamo di tenerci in allenamento con il poco tempo a disposizione.
Qualcuno mi chiedeva cosa intendo per incontrare davvero la realtà. Partiamo da una semplice constatazione: definiamo le persone immature come superficiali. Che significa essere superficiali? Perche' una metafora spaziale per qualcosa come l'uomo il cui spirito non ha dimensioni? Come fa un uomo ad essere superficiale o profondo? In ragione di cosa lo è? Evidentemente pensiamo che ci sia un luogo profondo da raggiungere, che consente ad un uomo di essere maturo o immaturo, superficiale o profondo, per l'appunto. Ma cosa diciamo esattamente di una persona quando la definiamo superficiale? Quella persona vive in superficie. Sfiora la realtà e se ne lascia influenzare in superficie senza penetrarne il senso profondo. Superficiale non è aggettivo da riferire al raziocinio. Superficiale è il sentire. Se incontro un barbone e non lo vedo neanche, sono superficiale. Se (almeno) lo vedo e me ne frego sono meno superficiale. Se lo vedo e ci soffro e mi lascio coinvolgere sto scendendo gradualmente in profondità. Ovvero sento la vita ferita di quella persona e me ne faccio, almeno emotivamente carico, empatizzo (faccio miei i suoi sentimenti). Accolgo la realtà nella sua interezza. E questo vale per qualsiasi sentimento che la realtà provoca, positivo o negativo che sia, risvegliando strati della mia sensibilità assopiti e approfondendo la mia identità.
Siamo superficiali tutte le volte che il nostro sentire non è adeguato alla realtà. Quante ragazze si lamentano della superficialità dei loro fidanzati, che pensano al calcio, quando loro stanno passando un brutto momento, che il ragazzo non riesce neanche a scorgere?
Il superficiale sente male la realtà. Con quali conseguenze?
(CONTINUA)

giovedì 10 luglio 2008

Prof vive e lotta con voi

Prof 2.0 di nuovo in Inghilterra. Questa volta in un meraviglioso college di quelli che si vedono nei film (Oratory School, localita' Reading, Woodcote). A presto per post piu' approfonditi, sto ancora cercando di prendere le coordinate...

martedì 8 luglio 2008

Presente e futuro

"Il mio sogno più grande è scrivere; non ha importanza il genere letterario, però vorrei tanto che la mie parole arrivassero a tante, tante persone e soprattutto che servissero ad ingenerare in ciascuna di esse la speranza di cui ti ho scritto".

Così una mail giunta tramite il blog. Una persona sogna di vivere per dare speranza ad altri, attraverso la scrittura. Ma cosa è sperare, per valere la vita, gli sforzi e i sogni di una persona?
L'avere fiducia nel futuro, perchè il presente è fondato su qualcosa o qualcuno che garantisce quel futuro. Spera il bambino amato. Dispera il bambino abbandonato. Spera l'artista. Dispera il vandalo. Spera il credente. Dispera il nichilista. Spera l'innamorato. Dispera l'egoista.
Chi spera ha fiducia. Chi ha fiducia spera. Non è un caso che "sfiduciato" sia sinonimo di "privo di speranza" e "fiducioso" di "pieno di speranza".

Un filosofo diceva che siamo uomini perchè sappiamo coniugare i verbi al futuro. Ma senza la fiducia nel presente il futuro non esiste. Posso dire: mangerò, scriverò, partirò... perchè ho fiducia nel fatto che il mio essere potrà farlo, quando verrà il momento. Ho fiducia nel mio esistere.

"Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi, ma, quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio. La via per la disperazione è rifiutare ogni tipo di esperienza, e il romanzo è senz’altro un modo di fare esperienza". Così la grande scrittrice Flannery O'Connor.

Chi fa esperienza profonda della realtà, ne ha fiducia, la accetta e non la fugge, costui è ricco di presente e quindi di futuro. Costui spera.
Chi non fa esperienza della realtà, ne ha paura, la rifiuta e la fugge, costui è senza presente e privo di futuro. Costui dispera.

Chissà come mai oggi spesso si dice che chi spera si illude. Età cinica la nostra. Per carenza di presente?

***
PS. Domani Prof torna in Inghilterra!

lunedì 7 luglio 2008

Due vite, due racconti

Prof 2.0 ieri era a cena da una coppia di amici, molto giovani. La loro piccola è nata a gennaio. Hanno occhi e orecchie solo per la bimba, che si sveglia tutte le mattine molto presto e la notte prima aveva tenuto impegnati i genitori... La mamma ad un certo punto della serata è crollata per la stanchezza ed è andata a dormire. Un racconto su tutti: la descrizione della sveglia. La bimba intorno alle 6 del mattino puntualmente apre gli occhi e comincia ad agitarsi nel suo lettino, ma senza piangere. La mamma, che potrebbe continuare a dormire ancora un'oretta (dal momento che la bimba non si lamenta), ha detto "non ho cuore di lasciarla così, sveglia, da sola, e poi non c'è nulla come il sorriso che la bimba mi regala al mattino quando mi vede per la prima volta".

***

Una soubrette ha appena pubblicato un libro autobiografico in cui racconta, tra le altre amenità, la scoperta della sua seconda gravidanza e il motivo del secondo aborto: «Ero disposta a qualsiasi sacrificio, ma quando ho dato la notizia a V., la sua risposta è stata: "E come facciamo ad andare in barca?"... Di comune accordo abbiamo deciso di interrompere la gravidanza, ma non ho mai smesso di pensare a un figlio. Ho anche tentato di adottarne uno. La legge italiana, però, non me lo consente perché sono single».

domenica 6 luglio 2008

La cosa più triste nella vita è il talento sprecato

Rileggendo oggi la parabola dei talenti, che è una delle sue preferite, a Prof 2.0 è tornato in mente un episodio londinese. Al corso di inglese in un questionario, alla voce "la persona che ami di più" un ragazzo aveva scritto: "my father, because he made me stronger than i was" (mio padre, perchè mi ha reso più forte di quanto io fossi). A prof è tornato in mente questo passaggio del film Bronx, tanto caro a sceneggiatrice-cuore-pensante.

Per i genitori che amano davvero, i figli sono sempre pieni di talenti e quando un figlio sente su di sé quello sguardo fiducioso il talento sboccia davvero, anche dove non c'era... E questo vale per qualsiasi educatore.

Ps. "Andiamo a prendere il gelato". Questo sì che è educare!

sabato 5 luglio 2008

Stereotipi

Prof 2.0 è alle prese con la scrittura di alcuni episodi della sitcom Disney. In ogni telefilm alcuni personaggi sono di appoggio e, come in tutte le sitcom, i personaggi di appoggio sono stereotipati: la modaiola, la perfettina, il nerd, il tonto... Questo tipo di personaggi quando entrano in contatto con la realtà hanno un punto di vista sulla realtà talmente forzato che il confronto con essa fa scaturire la comicità: la modaiola non vede persone ma manichini che indossano vestiti, il nerd non capisce i comportamenti altrui perché li interpreta come stravaganti, mentre è lui lo stravagante... La risata nasce proprio dal vedere questi personaggi chiusi nelle loro gabbie interpretative, che li rendono sempre inadeguati alla realtà tutta intera. Fin qui la finzione.
Ma paradossalmente, a Shit City, a volte decidiamo di "stereotiparci" proprio per essere accettati (il bello, il simpatico, lo spiritoso, la rampante, la ricercata, la cacciatrice...). Sposiamo così punti di vista che sono delle gabbie, pensando che siano ciò che ci rende vincenti...
E invece agli occhi degli altri quello è il momento in cui ci rendiamo ridicoli e abbiamo cominciato a fare ridere!

venerdì 4 luglio 2008

La formula

Prof 2.0 ha ritrovato a proposito del post di ieri sull'autenticità una brevissima prosa di Buzzati, sua grande passione dell'ultimo anno di liceo. Ogni tanto la rileggerà per ricordarsela. Compito per casa per gli alunni-cittadini di Shit City: impararla a memoria. Non ci sono interrogazioni. Ma vi conviene studiare... Sarà la vita ad interrogarvi.

Di che hai paura imbecille? Della gente che sta a guardare? Dei posteri, per strano caso? Basterebbe una cosa da niente per riuscire ad essere te stesso, con tutte le stupidità attinenti, ma autentico, indiscutibile. La sincerità assoluta sarebbe di per se stessa un documento tale! Chi potrebbe muovere obiezioni? Questo è l’uomo, uno dei tanti se volete, ma uno. Per l’eternità gli altri sarebbero costretti a tenerne conto, stupefatti
D.Buzzati, La fornula

giovedì 3 luglio 2008

Autenticità

Nella vita a poco a poco bisogna imparare a entrare in contatto con chi siamo veramente e liberarci delle maschere che l'esterno richiede o noi stessi ci imponiamo per diventare "accettabili". Scoprire chi siamo davvero e accettattarlo senza averne paura, in parte dipende da chi ci ama, in parte dipende dalla nostra capacità di amare noi stessi e accettarci come siamo. E forse poprio allora scopriamo di essere più amabili.
Amare è lasciarsi amare.

mercoledì 2 luglio 2008

La città è la tastiera di Dio

Prof 2.0 dialogava con sorella-lost sul fatto che l'amore è l'origine di ogni evoluzione. A Prof è tornata in mente una frase di Chesterton che ha letto recentemente:
"L'evoluzione è ciò che accade mentre dormiamo, la rivoluzione è ciò che accade quando siamo svegli". Allora forse l'amore, più che di ogni evoluzione, è motore di ogni rivoluzione.
Ricordate il film "La leggenda del Pianista sull'Oceano" tratto dal monologo teatrale di Baricco?
Il protagonista decide di scendere dalla nave quando si innamora. Una rivoluzione nella sua vita, non una semplice evoluzione. Anche se poi quella rivoluzione viene repressa... per paura dell'ignoto.


L'amore accolto è una rivoluzione.
L'amore non accolto, per paura dell'ignoto e del dolore, è un'involuzione.

martedì 1 luglio 2008

Qualcosa e Qualcuno al bivio

Qualcuno e Qualcosa parlano e camminano sulla stessa strada. Parlano e camminano e si capiscono. Ad un tratto i due si trovano davanti ad un bivio. Non sono d'accordo sulla strada da imboccare. Così prendono ciascuno una via: continueranno a parlarsi a distanza, cercando di capire quale sia la strada giusta. Qualcosa e Qualcuno cominiciano così ad allontanarsi e ad alzare la voce, perchè sempre di più le due strade si divaricano. Nuovi e numerosi ostacoli si frappongono fra le due bocche. Le espressioni non sono più visibili sui loro visi, se non a tratti, perchè alberi, cespugli, rocce interrompono il contatto visivo. Nessuno dei due vede il volto dell'altro e le emozioni che vi sono scritte sopra, se non a tratti. Quindi finiscono col fraintenderle. Entrambi continuano a sperare che le due strade si incontrino più avanti e nessuno dei due vuole lasciare il proprio sentiero. Ad un tratto sono così distanti, che, per comunicare, sono costretti a urlare, ma a tal punto da coprire la voce dell'altro pur di farsi udire. I passanti li guardano stupiti. Un bambino sul sentiero di Qualcuno ridendo di lui gli chiede cosa abbia da urlare così, atterisce gli animali... Qualcuno risponde che sta cercando Qualcosa. Già. Sta cercando Qualcosa. Solo allora capisce di essere ridicolo: per lui ha perso importanza Qualcosa, sovrastata dal problema della strada giusta e dalle urla...
Fu allora che Qualcuno capì che gli rimaneva una via di salvezza: interrompere bruscamente il suo percorso e smettere di urlare, tornare indietro e raggiungere Qualcosa esattamente dove si trovava, ripercorrendo a ritroso la strada.
Ma quale fu lo sorpresa di Qualcuno quando, giunto al bivio, si vide venire incontro Qualcosa, che aveva avuto esattamente la stessa idea...
Erano di nuovo di fronte al bivio, non sapevano quale fosse la strada giusta.
Ma questa volta avevano la soluzione.