Lo spirito del blog - La vita: commedia o tragedia?

Questione di inquadrature. La commedia è la vita in campo lungo e la tragedia la vita in primo piano. Se inquadri da lontano un uomo che cammina per strada e scivola su una buccia di banana, è divertente. Ma se ti avvicini, non è più divertente perchè si vede il dolore... Per comprendere la mia vita e quella altrui mi sforzo di osservare sempre attraverso la doppia inquadratura... Così quando prendi qualcosa troppo sul serio riesci magari anche a riderne e a conservare il buon umore... E invece quando prendi qualcosa troppo poco sul serio scopri che devi fermarti e comprenderla...

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domenica 14 giugno 2009

Le eccessive piccolezze

A scuola finita, mi arriva un biglietto di ringraziamento per aver fatto leggere l'Odissea nella sua interezza. Una sfida che molti ritengono sproporzionata e che io ritengo proporzionatissima alla sete di bellezza e grandezza (anche se difficili da raggiungere) che alberga nel cuore di un quattordicenne. Sproporzionato è tutto ciò che educa il cuore al brutto, al piccolo, al meschino, al frammentario...


***
“Ma colla sperienza, (il giovane) trovandosi sempre in mezzo ad eccessive piccolezze, malvagità, sciocchezze, bruttezze ec. appoco appoco si avvezza a stimare quei piccoli pregi che prima spregiava, a contentarsi del poco, a rinunziare alla speranza dell'ottimo o del buono, e a lasciar l'abitudine di misurar gli uomini e le cose con se stesso” (G.Leopardi, Zibaldone, 256)

E lo dice Leopardi, che era pessimista, come ci hanno fatto credere a scuola...

martedì 31 marzo 2009

Fame di libri

Il titolo del post è il titolo della mail di un ragazzo di 16 anni che così mi scrive:

"Volevo chiederti se avessi una cura per una malattia che devo ancora scoprire cosa sia; ecco la diagnosi: non riesco a leggere un libro da prima di Natale. Ne avevo cominciato uno proprio nei giorni di Natale, poi all'inizio di marzo me ne hanno regalato un altro e ho lasciato perdere il primo. Però sento che mi manca fermarmi, lasciare tutto per un po' e leggere un bel romanzo... Hai qualche consiglio?"


Malattia. Mi manca fermarmi. Lasciare tutto. Leggere.
Uno dei modi che abbiamo per "origliare" noi stessi è leggere la grande letteratura. Senza letture perdiamo l'orecchio interiore. E chi non si ascolta prima o poi sente nostalgia di sé. Paradossi della lettura: lasciare tutto per trovare tutto.

Terapia: Qualcuno con cui correre di D.Grossman.

***

"Io scrivo. Il mondo non mi si chiude addosso, non diventa più angusto. Mi si apre davanti,verso un futuro, verso altre possibilità. Io immagino. L'atto stesso di immaginare mi ridà vita. Creo personaggi. Talora ho l'impressione di trarli dal ghiaccio in cui li ha imprigionati la realtà. Ma forse, più di tutto, sto estraendo me stesso da quel ghiaccio"
D.Grossman, Con gli occhi del nemico, pp. 48-9

lunedì 9 marzo 2009

Paradossi della lettura

Mi sono imbattuto nella storia di Jacques Fesch, un ragazzo francese, un ragazzo come tanti. Benestante, svogliato, ha sempre condotto una vita fatta di desideri materiali e poco più: macchine, donne, viaggi. Dilapida il patrimonio familiare e si riduce a rubare, fino a commettere un omicidio quasi involontario durante una rapina.
Incarcerato e condannato a morte comincia a leggere. Divora libri.
Strano a dirsi, lui che non aveva mai voluto studiare e vagava libero con la sua mente durante le ore scolastiche. attraverso la lettura comincia a conoscere la vita: i caratteri, le passioni, i desideri, le possibilità di abiezione e di salvezza, la grandezza e la miseria del cuore umano. Legge perfino la Divina Commedia. Ritrova Dio.
"Ho fatto il conto quest'anno" - scrive alla moglie - "di aver divorato duecentocinquanta libri, senza contare le riviste o altro. Non c'è male. Ancora due o tre anni e sarei una biblioteca ambulante".
Si accorge di un terribile paradosso: ha avuto tra le mani la vita reale e ha vissuto di fantasie effimere; ora ha tra le mani la vita altrui - sia pure raccontata - e comincia a comprendere la realtà. Ricorda il tempo sciupato a scuola - quando credeva che libri e letture non servissero a nulla, perchè aveva fretta di vivere - e si accorge che proprio allora con la sua indolenza e passività, col suo rifiuto della scuola, aveva cominciato a distaccarsi dalla vita.
Viene ingiustamente giustiziato dopo tre anni di carcere all'età di 27 anni (1957), muore pentito e sereno, felice di avere trovato Dio e il senso della sua vita: tra le sbarre.

Mi ha colpito il paradosso testimoniato da questa vita: chi legge entra nella realtà, chi non legge ne fugge. Un uomo libero che costruisce una prigione con la sua libertà senza direzione, un uomo in prigione che trova la vera libertà. Solo chi coltiva la propria intimità e le dà spazio scopre il luogo in cui: si fanno le scelte decisive, si respira la vera libertà, si scopre il senso della vita.

giovedì 5 marzo 2009

Tu, al cento per cento

"Sai a cosa pensavo mentre cantavi?" disse Shelly con tenerezza. "Che a te tutto viene da dentro, dal profondo. No, davvero... E' da un po' che ti tengo d'occhio e me ne sono accorta. Tutto quello che dici o fai, persino quando guardi qualcuno e parli, sei sempre tu, al cento per cento. Mentre io, guardami: faccio un sacco di pose... No, non dire niente... Imito Rita, Whitney Houston, Zehava Ben... Chiunque altro, pur di non essere me stessa..."
D.Grossman, Qualcuno con cui correre, p.269

A volte mi fa soffrire vedere nei miei alunni delle pose evidentemente non loro: modi di dire, di fare, di essere che gli si incollano addosso come maschere mal aderenti alla loro identità. Ma ci sta. La loro è l'età in cui si prendono pezzi di altri per provare come stanno, per insicurezza e poi, a poco a poco, si trova la propria strada. Ma mi fa ancora più soffrire quando vedo adulti agire così, per non parlare di quando sono io a farlo.
Dove sei?
Camaleonti che mutano pelle per sopravvivere, non per vivere. Superfici corporee che mutano vorticosamente. Azioni, parole, sguardi che nascono da strati sottocutanei e non dal cuore.
Quando ogni nostro atto, anche uno sguardo, manifesta noi stessi al cento per cento?
Da quali profondità deve nascere?
Quale il segreto di questa sorgente da cui tutto sgorga puro?

ps. fatevi un favore: leggete quanto prima il libro citato!

venerdì 5 dicembre 2008

S.U.P.E.R.

Nel post del 3 dicembre ci siamo impegnati a salvare delle parole. Il neonato S.U.P.E.R. (Salva Una Parola e Ripetila), l'iscrizione al quale è gratuita e libera (si richiede solo un amore tenero per le parole), ha salvato una quindicina di parole. Le ho scritte su un foglio di carta bianco. Lette e rilette. In silenzio. Dal bianco della pagina che avevo davanti sono così emerse queste righe, in cui le parole salvate galleggiano, rese sicure dal salvaparole (la versione "grammaticale" del salvagente) che ciascuno di voi aveva lanciato per farle nuovamente respirare e salvarle dai marosi del disuso e dell'abuso:

Vorrei avere la fortuna di regalarti una parola dalla bellezza non effimera. Una parola scaturita dal silenzio dell'ascolto, dell'empatia e della riflessione. Una parola capace di creare intimità e lealtà. Una parola ricca di pietà, che dica la verità senza ferirti. Una parola che contenga e protegga sogni e speranze. Una parola che sia comunicazione vera e non solo di sé stessa. Una parola che se esistesse sarebbe un sinonimo nuovo di un'altra che pronunciamo troppo spesso invano, una parola capace di dissetare il cuore nel suo anelito più profondo, e che tu, ascoltando, saresti costretto a considerare in silenzio, stupefatto: Amore. Con la maiuscola: quello su cui saremo pesati alla sera della vita e che vince la morte e che non ci sarà più tolto.

ps. le parole salvate vi ringraziano.

domenica 30 novembre 2008

Libri contagiosi

In questo periodo di dilagante influenza che metterà a letto - così dicono - almeno sette milioni di italiani, mi è venuto in mente che ci sono libri contagiosi come l'influenza. Un libro che non riesco a non regalare è forse il libro più bello che abbia letto negli ultimi cinque anni. Un libro di 90 pagine e quindi - secondo la matematica della lettura - da un'ora e mezza circa. Un libro capace di conquistare lettori di tutte le età: alunni, genitori, amici. Nessuno che sia rimasto deluso. Costa solo cinque euro e se potessi lo regalerei come biglietto di auguri di natale a tutti i miei amici. La mia copia l'ho regalata almeno 15 volte... Un libro contagioso. Non arriverà a sette milioni di contagiati, ma voglio contribuire a contagiare questa bellezza. In sole 90 pagine, 5 euro e 100 minuti troverete un prodigioso manuale per chi ha fame e sete di realtà, con leggerezza, ironia, buon umore e qualche lacrima, dovuta.

***
"Mi interessa la poesia che parla di grandi questioni, questioni di vita e di morte, sì, e la questione di come stare al mondo" (R.Carver)

venerdì 28 novembre 2008

Chiedimi se sono felice

Dico sempre ai mie alunni di obbligare noi adulti a dare ragione della nostra felicità o infelicità, a chiederci se siamo contenti di essere quello che siamo e perché. La provocazione mi si ritorce contro e un'alunna, 14 anni, mi manda una mail in cui chiede se e perché sono felice. Io rispondo e rivolgo a mia volta la stessa domanda. Ecco qualche stralcio della risposta.

Caro prof. non solo mi ha risposto pienamente ma mi ha anche fatto riflettere. Beh, a sentire le sue motivazioni, credo di esserlo anch'io. Insomma nella vita di ognuno di noi ci sono momenti difficili, a volte si ha voglia di piangere e di sfogarsi, ma alla fine ci rendiamo conto di essere circondati da persone che ci vogliono bene e che farebbero di tutto per noi. Secondo me questa è la cosa più importante, l'amore e l'affetto sono le cose più belle che una persona possa darti, e io mi sento di riceverne moltissimo... Comunque ora rispondo alla sua domanda: SI SONO FELICE e ora ne sono certa. Ci ho pensato ieri notte e mi sono accorta che a me non manca niente, non sto dicendo che essere felici dipende da cosa si possiede, parlo di cose astratte come l'amore. Credo che da questa parola derivi tutto. A volte, soprattutto d'estate, quando sono in barca con mio padre, mi capita di assistere a tramonti bellissimi che ti fanno riflettere quando ti perdi in quei meravigliosi colori che si intrecciano l'uno con l'altro... è lì che penso di essere felice, quando senza notarlo inizio a sorridere. Quando, non penso ad altro che a quel tramonto, di come sono fortunata di essere venuta al mondo e soprattutto della fortuna che ho di poter vedere tutte queste bellezze. Il mondo è bellissimo, e io sono venuta al mondo per vederlo, per esplorarlo, e il mio scopo è di capire il motivo per la quale Dio mi ha fatta nascere. Un giorno lo scoprirò e di certo sarà quel giorno che potrò affermare di essere veramente felice.

Questa è la scuola che nessuno racconta: una scuola che si fa strada nel silenzio.
Questa è la scuola che io voglio raccontare: una scuola che è crescita reciproca.
E queste sono parole di quelle che commuovono l'anima - si diceva ieri - fino alla tenerezza.

mercoledì 19 novembre 2008

Leggere: fuga o ritorno?

"Devo essere sincero: più mi avvicino alla logica e alla filosofia più mi allontano dalla lettura che non sia saggistica. E ti dirò di più: il mio amore (nocivo) per la poesia e alcuni grandi(ssimi) classici della letteratura europea è direttamente proporzionale alla mia volontà di separarmene. Non c'è poesia se non nell'azione. Sulla carta solo simboli di mondi fittizi che attentano alla vita e con-fondono la Verità"

Così mi scrive Francesco, studente di filosofia, in un commento. Provo a rispondere con un'altra mezza colonna di uno dei miei alunni:

"Il leggere è l'azione più semplice e più profonda allo stesso tempo. Il solo far scorrere gli occhi su una pagina stampata può rendere felici, far piangere, o addirittura cambiarti la vita. Può succedere, infatti, che una frase, una storia, ti porti a rivoluzionare il tuo mondo interiore. E' questa la magia della lettura: la sua unica arma è la parola, ma può colpirti il cuore e crearne uno nuovo"

A volte la lettura può confondere, farsi complice della solitudine, diventare una comoda fuga dalla realtà. Ma quando una mamma mi racconta che la figlia la sera prima ha rinunciato alla tv per leggere, mi tranquillizzo. Mi tranquillizzo se i libri portano alla realtà, non l'allontanano. Se arricchiscono la vita e non ne sono un attentato. Nel bellissimo paragrafo su riportato si parla di questo: la lettura aiuta il cuore a disporsi al reale in modo rinnovato. Nei libri belli tutto è così ricco di significato, forza, meraviglia da portarci a pensare che l'uomo sia così, che il mondo sia così.

Fammi andare a vedere...

martedì 18 novembre 2008

Leggere o non leggere? Questo è il problema

Ho chiesto ai miei alunni cosa ne pensassero. In mezza colonna. Non di più.


"La lettura è la possibilità di sognare, di immedesimarsi nel personaggio del racconto, una sorta di distacco dalla realtà. Quante volte ci è capitato di leggere un libro e di essere travolti dal racconto, di venire sconvolti dalle parole dello scrittore, che ci rimangono impresse nella mente come fossero scritte col fuoco. La lettura è avventura, è l'emozione che si prova quando si passa dall'angolo del letto della propria stanza alla Francia rivoluzionaria del 1700, dove un profumiere psicopatico è intento a creare il più buon profumo del mondo"

"Chi legge molto impara e riesce a vedere il mondo in modo differente, ragiona su tutto quello che gli si pone davanti e non fa mai scelte affrettate. Impara che la pazienza è una virtù importantissima e si accorge di come è fatto il nostro mondo. Naturalmente questo dipende dai tipi di lettura che si intraprendono..."

"Come tutti i ragazzi della mia età preferisco trascorrere le giornate in compagnia piuttosto che in solitudine. La lettura è un momento solitario che non posso condividere. Eppure, quando leggo, non mi sento solo. La lettura, se affascinante, mi trasporta in un altro mondo, dove sono i personaggi a farmi compagnia con le loro storie... Leggere un libro è stare in compagnia di una storia e di un altro me stesso"

***

"Fra i diversi strumenti dell'uomo, il più stupefacente è, senza dubbio, il libro. Gli altri sono estensioni del suo corpo. Il microscopio, il telescopio, sono estensioni della sua vista; il telefono è estensione della voce; poi ci sono l'aratro e la spada, estensioni del suo braccio. Ma il libro è un'altra cosa: il libro è un'estensione della memoria e dell'immaginazione."
Jorge Luis Borges
(Ringrazio un'amica per questa citazione)

mercoledì 29 ottobre 2008

Non è per questo che siamo qui


"E perché?" - chiedo.
"Perché è così!" - mi rispondono.

Perché è così
non è una risposta, è una fuga.
Non rinunciare a cercare le risposte giuste.
Soprattutto, non rinunciare a porre le domande giuste.
Questo è il segreto della tua età.

mercoledì 22 ottobre 2008

Il sorriso più aperto

A volte le persone hanno il sorriso incastrato da qualche parte, ostacolato da qualcosa che ne impedisce la totale apertura, intesa come perfetta coincidenza tra i muscoli del viso e la gioia dell'anima che vuole manifestarsi.
Il sorriso ha gradi, come l'aggettivo. Mentre la risata tende ad essere sempre superlativa, il sorriso no. Infatti ha bisogno degli occhi, la risata no. Si ride con la bocca, si sorride con gli occhi. Il sorriso ha gradi e sfumature. La sua apertura dipende dalla profondità da cui sorge. Più è fondo lo strato in cui radica più è la luce che ne accompagna l'apertura.

Penso al sorriso di un bimbo piccolo alla mamma.
Penso al sorriso di due innamorati.
Penso al sorriso di due amici.

Il sorriso più aperto è un atto di fiducia, un certificato di bellezza riconosciuta, un atto creativo.
Il sorriso più aperto nasconde qualcosa delle origini del mondo: quando Dio si compiacque di ciò che aveva fatto e vide che era bello, quella volta Dio sorrise.

domenica 14 settembre 2008

Il salvadomenica

Ti sei svegliato tardi. La "serie" di cose che avevi affidato alla domenica, sì proprio tutte quelle cose meravigliose, che avresti voluto fare durante la settimana e non ci sei riuscito, eccole presentarsi in fila, una dietro l'altra, chiedendo udienza al tuo tempo angosciato dai troppi desideri accumulati: "e allora? mi avevi promesso di dedicarmi tempo..." - ognuna di quelle cose urla. Assediato da questa protesta sindacale ti senti già sconfitto in partenza e, mentre decidi a chi dare udienza, il tempo trascorre inesorabile, condannandoti a quel bilancio da guerriero stanco e sconfitto tipico della domenica sera: non ho combinato nulla. Volevo fare tutto e non ho fatto altro che guardare i gol delle partite. E domani è di nuovo lunedì, inizia la settimana, cioè quella lunga e faticosa rincorsa verso la domenica successiva, che finisce col diventare un ridicolo e fallimentare rigore preceduto da un inutile e ridicolo chilometro di rincorsa...
Allora salva la tua domenica: sei ancora in tempo. Scegli una e una sola cosa che ami: una persona, una pagina di un libro, una poesia, un panorama, un film, una canzone. Elimina tutto ciò che può distrarti attorno. E nel silenzio assoluto accogli, come se fossi totalmente vuoto, quella "cosa" e riempila di domande come non hai mai fatto fino a tentare di esaurirla. Risali alla sorgente che la fa essere ciò che è, e scoprendone la sorgente, scoprirai perché la ami e quindi scoprirai qualcosa di te e potrai riposare, guardandola e guardandoti.
"Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra", diceva Agostino. Rallegrati in qualcosa, ma interroga il motivo della gioia.
Fai due passi con un amico e chiedigli cose della sua vita, della sua settimana, del suo futuro, guarda insieme a lui le bancarelle di vecchi libri usati e ingialliti. Lascia entrare la sua vita nella tua e arricchisciti delle sue passioni.
Se ti rimarrà tempo fai lo stesso con un libro e riempi di domande la tua pagina preferita e mastica quelle parole con i denti affamati dei tuoi quesiti, fino a spremerne tutto il succo.
Poi vai a dormire tranquillo e riposato, per aver conquistato ciò che nessuno più potrà strapparti, avendo ri-creato ancora una volta te stesso attraverso ciò che ami. Non lasciarti ingannare da facili sirene televisive.
Il segreto del riposo. Non multa sed multum: la profondità, la sorgente, il fondamento di una singola cosa che ti sta a cuore.
E domani sarà un lunedì da leoni. E avrai qualcosa da raccontare.

lunedì 8 settembre 2008

Lunga vita a chi studia...

Prof 2.0 si è imbattuto in questa curiosa notizia.

Chi studia vive di più. Nello specifico, un laureato di 35 anni vive in media 7,6 anni di piu' (6,5 se donna) rispetto a un coetaneo con licenza media. Lo rivela uno studio basato su dati Istat condotto dal Centro di ricerca sulle dinamiche sociali dell'Universita' Bocconi. Il motivo? Una diversa e migliore gestione della salute e delle condizioni di vita, legate a un diverso bagaglio di conoscenze; ma anche un'attitudine a informarsi, ad ampliare le proprie conoscenze, a seguire uno stile di vita salutare.

Studiare allunga la vita. Ricordiamolo ai nostri studenti. Non so se in termini di anni, e francamente poco me ne importa, ma sicuramente in termini di profondità. Altrimenti la vita resta corta, per mancanza di capacità di vederla e di sentirla nella sua interezza.

Studiare allunga la vita. Ricordiamocelo soprattutto noi quando cominciamo a ripetere sempre le stesse cose, perché abbiamo smesso di studiare: la nostra vita ha cominciato ad accorciarsi, non sappiamo più raccontarla, invecchiamo in fretta e i nostri alunni se ne accorgono subito...

sabato 19 luglio 2008

Ascoltare

Qualche giorno fa si parlava di superficialità e del suo antidoto principale: rispondere. A qualcuno potrebbe venire un'ansia da risposta, a volte rispondere richiede anche solo il semplice stare ad ascoltare, come in questo spezzone di About a boy. Markus, il ragazzo, ha paura che la madre tenti di nuovo il suicidio e si confida con il perdigiorno dongiovanni Will, che comincia ad uscire dalla sua superficialità diventando responsabile (rispondendo alla) della vita del ragazzo. Come? Con una parolaccia.

mercoledì 16 luglio 2008

Superficialità 3

Nel caso in cui si continuino a prendere in prestito le identità, appicandosele addosso, presto o tardi, si verificherà un conflitto di questi personaggi. Un conflitto salutare da cui potrà uscire vincitore il vero volto della persona, divenuta capace di gettare via le maschere. Come fare? Esiste un antidoto alla superficialità? La profondità del sentire. Ma questa non è ancora una risposta. Come fare a raggiungere la profondità del sentire? Come fare a risvegliare quegli strati della nostra sensibilità non ancora attivati?
Incontrando la realtà. Diventandone responsabili. Responsabili in senso stretto: rispondere alle cose e alle persone che incontriamo. Rispondere in prima persona. Rispondere in prima persona è dedicare tempo ed energie: una strada faticosa, ma ripagata dal panorama.
Rispondere ad un libro è leggerlo con una matita in mano e scrivere ai margini della pagine cosa ci interpella. Rispondere ad un quadro è osservarlo per almeno 15 minuti e non fargli la foto come i giapponesi. Rispondere ad un malato è provare a curarlo o almeno stargli vicino. Rispondere ad una relazione difficile è ascoltare il punto di vista dell'altro e farlo proprio. Rispondere. Rispondere. Rispondere. Solo rispondendo si diventa responsabili delle cose e delle persone. E solo la responsabilità di vite altrui (anche attraverso le cose prodotte dalle vite altrui) attiva e approfondisce la nostra sensibilità e ci rende meno superficiali.
I nostri occhi a poco a poco saranno allenati a leggere la realtà in profondità, senza paura. Saremo disposti a farci carico della realtà. Chi ci passerà accanto sentirà su di sè uno sguardo amico, comprensivo, paterno: un luogo in cui poter riposare. Un luogo in cui la persona puo' riposare e far riposare gli altri. Un luogo dove si gioca la verità della parola "io", senza finzioni. L'unico luogo in cui si puo' stare con Dio, perchè quel luogo è suo.
L'alternativa è una sorta di anestesia. Un indurimento del cuore che è la peggiore malattia spirituale: non si vede piu' nulla dentro e fuori di sè. E i cuori incapaci di sentire le vite altrui sono i piu' facilemente disposti ad eliminarle, perchè non le vedono neanche. La storia del XX secolo ha insegnato quanto questo sia non solo possibile, ma reale.

martedì 15 luglio 2008

Identità ristrette

A Londra con un gruppo di quindicenni. Dopo una prima parte della scorribanda insieme, il gruppo decide di dividersi in due. Una parte andrà a visitare la National Gallery (un posto con quadri immortali di Leonardo, Piero della Francesca...) e l’altra a fare shopping in giro per le vie più cool della città. A Prof 2.0 tocca accompagnare il secondo gruppo, assetato di marche e gadget. Primo obiettivo da raggiungere un famoso negozio di abbigliamento, presente solo in tre città del mondo. Avere una maglietta di questo marchio significa essere parte di una elite. Il luogo è una vera e propria esperienza esistenziale. Non ci sono nomi o insegne. Un palazzetto anonimo al cui interno avviene la magia. Pareti nere, un profumo delicato che pervade ogni stanza, musica disco e commessi usciti dalle copertine di una rivista di moda. Se vuoi essere qualcuno devi comprare una maglietta qui. E il negozio è pieno di gente con pile di indumenti da provare, con occhi che brillano di identità ritrovate. La coda per pagare si aggira attorno ai 30 minuti. Quella per provare il doppio… Prof esce. Non avrebbe comprato nulla, anche solo per la fila. I quindicenni escono trasformati, un supplemento di identità gli si è stampato addosso. Un surrogato di anima che li rende più forti, felici, capaci di essere. I venditori di identità fanno soldi a palate. I quindicenni in cerca della loro le comprano volentieri. Prof 2.0 alla loro età era tale e quale. Per certi versi è rimasto tale e quale e per questo li capisce. Ma sa bene che questo non basta ad essere sè stessi, soprattutto se poi la maglietta-identità si restringe dopo il primo lavaggio...

lunedì 14 luglio 2008

Superficialità 2

Il superficiale sente male la realtà.
Fino a che punto ne è responsabile? Questione di età. Non ha colpa se chi aveva il compito di educarlo non ha avuto la capacità di aiutarlo in questo viaggio. A proposito cito un commento illuminante di mamma E.R. al primo post sulla superficialità:

Ai giardini pubblici due bambini giocano. Uno si mette a piangere e l'altro che lo guarda stupito non comprendendo il senso di quel pianto, chiede spiegazioni alla mamma che gli dice: "forse vorrebbe il tuo giocattolo"e lui all'improvviso glielo porge. Il primo bambino si acquieta, l'altro ora deve fare i conti con questa nuova sensazione, da una parte le sue mani vuote e dall'altra il desiderio di riappropriarsene con un gesto prepotente, non sa tenere insieme i due desideri. In questo frangente una mamma può aiutare il figlio a capire la complessità della realtà oppure ha la possibilità di restare alla superfice di essa, se alla prima domanda sul pianto risponde: non lo so, affari suoi. Ecco la perfetta legge dell'estraneità che ci fa restare sempre alla superfice delle cose e di noi stessi.

I bambini e gli adolescenti sono per natura superficiali. Cominciano a conoscersi partendo dalla superficie e giocano tutto sulla superficie. Solo gradualmente scoprono la propria profondità e quindi identità. Ma se gli educatori non li aiutano in questo viaggio al centro della terra, incoraggiandoli a scoprire e far fiorire i propri talenti, i giovanissimi andranno coerentemente alla ricerca della profondità attraverso la superficie. Così cercheranno di raccontare la loro identità profonda esclusivamente in superficie, attraverso la sperimentazione (aspetto, piercing, tatuaggi...) e il prestito di identità attraverso i marchi: tutte forme di racconto, che gradualmente dovranno essere sostituite dalla narrazione della propria identità a partire dalla conoscenza di sé e della realtà. Per potere dire "io" occorre raggiungere quel luogo profondo in cui questa parola nasce e a ha senso. Come fare? Senza quel luogo si potranno dire molteplici "io" presi in prestito e dislocati sulla superficie del corpo come una specie di affresco. A che prezzo?
(CONTINUA)

venerdì 11 luglio 2008

Superficialità 1

Per Prof 2.0 non è semplice connettersi nel college in cui si trova adesso così, purtroppo, la sua blogdipendenza verrà drasticamente ridotta... Ma cerchiamo di tenerci in allenamento con il poco tempo a disposizione.
Qualcuno mi chiedeva cosa intendo per incontrare davvero la realtà. Partiamo da una semplice constatazione: definiamo le persone immature come superficiali. Che significa essere superficiali? Perche' una metafora spaziale per qualcosa come l'uomo il cui spirito non ha dimensioni? Come fa un uomo ad essere superficiale o profondo? In ragione di cosa lo è? Evidentemente pensiamo che ci sia un luogo profondo da raggiungere, che consente ad un uomo di essere maturo o immaturo, superficiale o profondo, per l'appunto. Ma cosa diciamo esattamente di una persona quando la definiamo superficiale? Quella persona vive in superficie. Sfiora la realtà e se ne lascia influenzare in superficie senza penetrarne il senso profondo. Superficiale non è aggettivo da riferire al raziocinio. Superficiale è il sentire. Se incontro un barbone e non lo vedo neanche, sono superficiale. Se (almeno) lo vedo e me ne frego sono meno superficiale. Se lo vedo e ci soffro e mi lascio coinvolgere sto scendendo gradualmente in profondità. Ovvero sento la vita ferita di quella persona e me ne faccio, almeno emotivamente carico, empatizzo (faccio miei i suoi sentimenti). Accolgo la realtà nella sua interezza. E questo vale per qualsiasi sentimento che la realtà provoca, positivo o negativo che sia, risvegliando strati della mia sensibilità assopiti e approfondendo la mia identità.
Siamo superficiali tutte le volte che il nostro sentire non è adeguato alla realtà. Quante ragazze si lamentano della superficialità dei loro fidanzati, che pensano al calcio, quando loro stanno passando un brutto momento, che il ragazzo non riesce neanche a scorgere?
Il superficiale sente male la realtà. Con quali conseguenze?
(CONTINUA)