Shit City è una città piena di rischi. Il primo è che non esista. Un'isola che non c'è. Una città invisibile. E allora Prof 2.0 osserva la mappa di Shit City per capire cosa sia esattamente. Una città utopica. Utopia è una bella parola. La coniò un grande umanista inglese, morto per non aver avallato le voglie adulterine del suo re. La coniò con studiata ambiguità: potrebbe infatti indicare sia un luogo ideale (eu + topos: ben-luogo) sia un luogo impossibile (ou + topos = non-luogo). Questa ambiguità caratterizza Shit City. Un luogo che non esiste ed è un'aspirazione di bellezza. Un luogo che può cominciare ad esistere solo come aspirazione, ma poi i mattoni per costruirlo sono le persone che vi si aggirano. L'importante è rimanere ancorati al reale e non perdersi nelle suggestioni di mondi possibili. Esistono educatori bravissimi nell'arte della scrittura di trattati di pedagogia, ma poi i loro figli sono complessati, perchè avevano bisogno dei genitori reali, troppo impegnati a scrivere i loro trattati. Cambiare il mondo a parole è facile e comodo. Shit City cominicia in un non-luogo-ideale e prosegue nelle vite reali: incontri, conoscenze, email, amici, gioie, dolori, amori, disamori, errori... Solo questa continuità la rende abitabile e non una fuga, ma una nostalgia che ispira la costruzione di una nave con cui prendere il largo. In fondo tutta l'arte aspira all'età dell'oro e l'arte vera suscita la nostalgia di luoghi non ancora reali, che però possono diventarlo. Allora Prof 2.0 fa sua una preghiera di quello stesso umanista inglese, che la vita se l'è giocata per un luogo che riteneva più reale di quello fatto di compromessi inaccettabili e di comodo, un luogo tanto fortemente desiderato che viene il sospetto essere persino più reale di quello tangibile con i cinque sensi:
Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere.
Thomas More
