Lo spirito del blog - La vita: commedia o tragedia?

Questione di inquadrature. La commedia è la vita in campo lungo e la tragedia la vita in primo piano. Se inquadri da lontano un uomo che cammina per strada e scivola su una buccia di banana, è divertente. Ma se ti avvicini, non è più divertente perchè si vede il dolore... Per comprendere la mia vita e quella altrui mi sforzo di osservare sempre attraverso la doppia inquadratura... Così quando prendi qualcosa troppo sul serio riesci magari anche a riderne e a conservare il buon umore... E invece quando prendi qualcosa troppo poco sul serio scopri che devi fermarti e comprenderla...

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Visualizzazione post con etichetta emozioni. Mostra tutti i post
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lunedì 30 novembre 2009

Battaglie

Se un uomo fa violenza, anche solo verbalmente, ad una donna ci si indigna e si è pronti a raccogliere firme per far cadere i governi.
Se un uomo fa violenza fisicamente su una donna al grande fratello, tutti lo guardano e sono pronti a fare crescere lo share.
Qualcosa non va.
Sono stufo di veder rubare le emozioni dei miei alunni da adulti senza passioni e senza idee, che confondono la realtà con il reality.
Per questo entro in classe tutti i giorni armato di libri per la mia donchisciottesca battaglia in difesa della bellezza.
Per questo scrivo parole con l'illusione che possano servire a fare detonare tutto il dolore compresso nel cuore di chi non ha più il coraggio o la forza di ribellarsi alla bruttezza che avvelena il cuore.
Io credo ancora nella bellezza e nel potere della parola.
Forse non serve a nulla, ma io di vita ne ho una sola e non ci rinuncio.
***
"A mio padre devo la vita, al mio maestro una vita che vale la pena essere vissuta"
Alessandro Magno

mercoledì 23 settembre 2009

Applausi

Che battaglia oggi: leggere ad alta voce le poesie scritte dai ragazzi!
In un mondo che mette in piazza - gridandole - emozioni false, condividere scoperte ed emozioni quotidiane sembra difficilissimo. Ci si vergogna di sè e non di quello che guardiamo in tv.

Ma poi l'applauso degli altri dopo la lettura di ognuna delle poesie è scaturito spontaneo. Qualcuno (la cui opera non era stata ancora letta) ha proposto di applaudire ad ogni poesia, onde evitare di sentirsi morire, senza quell'applauso... Che paura non essere accettati in ciò che si ha di più profondo. Che paura, a quindici anni.

Ma per fortuna le parole sincere svelano mondi che spesso restano nascosti sotto le maschere o i ceroni che la vita di tutti i giorni o la paura ci impongono. E di fronte a queste scoperte non resta che applaudire, come credo un giorno faremo quando sapremo la verità. Applaudiremo.

Oggi in classe le scorze si sono ammorbidite.
Qualche maschera è volata via.
E' diminuita la paura di essere se stessi.
Applausi.

martedì 21 aprile 2009

Il dolore che non parla

Cosa fai nel tempo libero? - chiedo ad un ragazzo di 16 anni per cercare di capire quali sono le sue passioni, quali i suoi punti di forza, dai quali partire per motivarlo a prendere un po' di più le redini della sua vita.
Silenzio.
Insomma a cosa dedichi il tempo quando hai finito i compiti e lo sport?
...Facebook.
Ok, ma una passione? Qualcosa che ti prende la testa e il cuore?
Non lo so...

Aveva ragione Nietzsche, siamo in un'epoca che si surriscalda, ma non ha passione.
Dietro la ricerca di emozioni che si accendono sfrenate e si consumano come un fiammifero - quasi senza traccia - nascondiamo un cuore freddo. E l'indifferenza (incapacità di cogliere le differenze) è la manifestazione del ghiaccio che abbiamo nel cuore.
Perché non sappiamo più cercare, quando abbiamo smesso di farlo?

Compito per casa: un pomeriggio ad annoiarsi, senza facebook, senza ipod, senza computer...
Solo quando ci si annoia si scopre cosa ci manca. E il cuore comincia a sciogliersi in lacrime di dolore, di nostalgia, di sete.
E le coperture, in quanto tali, non sono soluzioni, ma anestetici...

***
Da' parole al dolore:
il dolore che non parla
sussurra al cuore greve
e gli comanda di spezzarsi

Shakespeare, Macbeth, atto 4, sc.3

mercoledì 25 marzo 2009

Come la tv vede noi...

Un regista si è "divertito" a filmare i volti di alcuni bambini seduti davanti ad un programma televisivo. Le nostre reazioni sono simili quando stiamo davanti al computer?
Non lo so, so solo che questi volti mi preoccupano...


giovedì 11 dicembre 2008

Non scrivete mai un romanzo:

Perderete i capelli o li farete crescere a dismisura.
Perderete il sonno per l'emozione di averlo finito, per l'emozione di rileggerlo, per l'emozione di correggerlo...
Perderete gli altri pensieri.
Vi sveglierete nel cuore della notte con un'idea nuova, un dialogo da migliorare, un'immagine da aggiungere. E dovrete mettere subito per iscritto quanto avete concepito nel sonno...
Penserete con la testa dei vostri personaggi anziché con la vostra, facendo figure irripetibili se il vostro protagonista ha 16 anni e si esprime in un certo modo.
Non farete altro che raccontarlo agli amici, perdendone almeno un paio.
Comincerete a chiamare con il nome dei personaggi i vostri amici, perdendone un altro paio.
E darete loro consigli su cose che riguardano i vostri personaggi e non loro.
Così perderete l'ultimo paio di amici che vi era rimasto.

lunedì 14 luglio 2008

Superficialità 2

Il superficiale sente male la realtà.
Fino a che punto ne è responsabile? Questione di età. Non ha colpa se chi aveva il compito di educarlo non ha avuto la capacità di aiutarlo in questo viaggio. A proposito cito un commento illuminante di mamma E.R. al primo post sulla superficialità:

Ai giardini pubblici due bambini giocano. Uno si mette a piangere e l'altro che lo guarda stupito non comprendendo il senso di quel pianto, chiede spiegazioni alla mamma che gli dice: "forse vorrebbe il tuo giocattolo"e lui all'improvviso glielo porge. Il primo bambino si acquieta, l'altro ora deve fare i conti con questa nuova sensazione, da una parte le sue mani vuote e dall'altra il desiderio di riappropriarsene con un gesto prepotente, non sa tenere insieme i due desideri. In questo frangente una mamma può aiutare il figlio a capire la complessità della realtà oppure ha la possibilità di restare alla superfice di essa, se alla prima domanda sul pianto risponde: non lo so, affari suoi. Ecco la perfetta legge dell'estraneità che ci fa restare sempre alla superfice delle cose e di noi stessi.

I bambini e gli adolescenti sono per natura superficiali. Cominciano a conoscersi partendo dalla superficie e giocano tutto sulla superficie. Solo gradualmente scoprono la propria profondità e quindi identità. Ma se gli educatori non li aiutano in questo viaggio al centro della terra, incoraggiandoli a scoprire e far fiorire i propri talenti, i giovanissimi andranno coerentemente alla ricerca della profondità attraverso la superficie. Così cercheranno di raccontare la loro identità profonda esclusivamente in superficie, attraverso la sperimentazione (aspetto, piercing, tatuaggi...) e il prestito di identità attraverso i marchi: tutte forme di racconto, che gradualmente dovranno essere sostituite dalla narrazione della propria identità a partire dalla conoscenza di sé e della realtà. Per potere dire "io" occorre raggiungere quel luogo profondo in cui questa parola nasce e a ha senso. Come fare? Senza quel luogo si potranno dire molteplici "io" presi in prestito e dislocati sulla superficie del corpo come una specie di affresco. A che prezzo?
(CONTINUA)

venerdì 11 luglio 2008

Superficialità 1

Per Prof 2.0 non è semplice connettersi nel college in cui si trova adesso così, purtroppo, la sua blogdipendenza verrà drasticamente ridotta... Ma cerchiamo di tenerci in allenamento con il poco tempo a disposizione.
Qualcuno mi chiedeva cosa intendo per incontrare davvero la realtà. Partiamo da una semplice constatazione: definiamo le persone immature come superficiali. Che significa essere superficiali? Perche' una metafora spaziale per qualcosa come l'uomo il cui spirito non ha dimensioni? Come fa un uomo ad essere superficiale o profondo? In ragione di cosa lo è? Evidentemente pensiamo che ci sia un luogo profondo da raggiungere, che consente ad un uomo di essere maturo o immaturo, superficiale o profondo, per l'appunto. Ma cosa diciamo esattamente di una persona quando la definiamo superficiale? Quella persona vive in superficie. Sfiora la realtà e se ne lascia influenzare in superficie senza penetrarne il senso profondo. Superficiale non è aggettivo da riferire al raziocinio. Superficiale è il sentire. Se incontro un barbone e non lo vedo neanche, sono superficiale. Se (almeno) lo vedo e me ne frego sono meno superficiale. Se lo vedo e ci soffro e mi lascio coinvolgere sto scendendo gradualmente in profondità. Ovvero sento la vita ferita di quella persona e me ne faccio, almeno emotivamente carico, empatizzo (faccio miei i suoi sentimenti). Accolgo la realtà nella sua interezza. E questo vale per qualsiasi sentimento che la realtà provoca, positivo o negativo che sia, risvegliando strati della mia sensibilità assopiti e approfondendo la mia identità.
Siamo superficiali tutte le volte che il nostro sentire non è adeguato alla realtà. Quante ragazze si lamentano della superficialità dei loro fidanzati, che pensano al calcio, quando loro stanno passando un brutto momento, che il ragazzo non riesce neanche a scorgere?
Il superficiale sente male la realtà. Con quali conseguenze?
(CONTINUA)

lunedì 17 marzo 2008

Elogio dell'emoticon

Da quando esistono gli sms e msn ci siamo abituati ad affidare le nostre emozioni alle faccine o emoticons (emotion + icon: icona-emozione). I vecchi e noiosi professori si lamentano dell’impoverimento della lingua causato da questo fenomeno. Effettivamente l’uso della faccina semplifica il nostro linguaggio: se avessimo tanti aggettivi quante sono le nostre emozioni saremmo più attenti nel riconoscerle. Infatti i sentimenti per poterli riconoscere bisogna saperli nominare. E questo è il grande servizio che ci fa la buona letteratura (la poesia in particolare). Chi non legge infatti inaridisce, non solo intellettualmente, ma in primo luogo sentimentalmente. Non “sente” bene perché non sa neanche il nome dei sentimenti. Infatti se in un sms mi dico: ☺, potrei essere contento, euforico, felice, allegro, gioioso, beato, appagato, giulivo, favorevole, gaio, brioso, festoso, ridente, sereno, lieto, giocondo, spensierato, giocoso, entusiasta e chi ne ha più ne metta. Ma quale di queste possibilità è quella che voglio trasmettere? Una bella sfida potrebbe essere quella di provare a sostituire la faccina con l’aggettivo giusto (purché non si superino i 145 caratteri che fanno scattare il secondo messaggio e regalano altri 15 centesimi ai gestori ladri). Ma è anche vero che l’uso della faccina ci dice una grande verità. Nella comunicazione non “fisica” di sms e msn sentiamo il bisogno di recuperare il corpo e in particolare che parte del corpo? Il viso. Sì il viso. Perché? Perché il volto è il luogo in cui sono riconoscibili i sentimenti di una persona. Il volto è il luogo in cui anima e corpo combaciano. Il volto di una persona non è la semplice somma delle sue proporzioni geometriche più o meno equilibrate (come altre parti del corpo, che non associate ad un volto sono molto simili tra loro…), ma è il luogo in cui l’anima e il cuore di una persona emergono. Si arrossisce in volto. Si sorride con il viso intero. Si piange con il volto. Insomma i sentimenti si dipingono sul volto. L’emoticon dimostra il bisogno che abbiamo di toccare l’anima altrui per poter comunicare davvero. E a volte un sms e msn non ci aiutano in questo e così ricorriamo all’emoticon, anche se forse per comunicazioni importanti sarebbe meglio parlare di persona. Rimane imbattibile il guardare - anzi l'ascoltare - il volto di una persona dal vivo. E di guardarci in viso c’è un grande bisogno. Di quanti sentimenti non mi sono accorto sul volto altrui, solo perché non ho saputo osservare e ascoltare quel volto…
Insomma viva l’emoticon, viva la capacità di nominare i sentimenti e le loro mille sfumature, ma soprattutto viva il volto reale delle persone…

:-) :-( :'( :-| :-D ;-) :-))) :-p :-O :-S :* :-@