Lo spirito del blog - La vita: commedia o tragedia?

Questione di inquadrature. La commedia è la vita in campo lungo e la tragedia la vita in primo piano. Se inquadri da lontano un uomo che cammina per strada e scivola su una buccia di banana, è divertente. Ma se ti avvicini, non è più divertente perchè si vede il dolore... Per comprendere la mia vita e quella altrui mi sforzo di osservare sempre attraverso la doppia inquadratura... Così quando prendi qualcosa troppo sul serio riesci magari anche a riderne e a conservare il buon umore... E invece quando prendi qualcosa troppo poco sul serio scopri che devi fermarti e comprenderla...

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giovedì 10 dicembre 2009

Requiem per la metafora


La maledetta antologia che mi sono ritrovato, perchè adottata da chi mi ha preceduto, dedica alla metafora soltanto un box all'interno della tabella delle figure retoriche di significato, quasi al pari dell'ipallage e della litote.

Reso furioso più di Orlando da questa povertà mi sono vendicato con una lezione intera sulla metafora, in cui ho metaforizzato me stesso trasformandomi nell'amante colmo di desiderio verso questa leggiadra fanciulla.

La metafora non è una figura retorica di significato a cui dedicare qualche centimetro quadrato. La metafora è un amore. La metafora è un modo di stare al mondo. Senza le metafore saremmo muti, non avremmo parole, non avremmo umanità. Il mondo sarebbe fatto solo di superfici e non di corrispondenze. Il mistero sarebbe esiliato e con esso ogni nostra scoperta.

Senza metafore nessuno potrebbe spezzarci il cuore o entrarci dentro, nessuna sedia avrebbe gambe per fuggire, nessuno sguardo nasconderebbe il cielo, nessun pensiero volerebbe, nessuno occhio sarebbe una stella o viceversa, nessun narciso uno splendido adolescente vago di sè fino allo struggimento, nessun'eco una innamorata delusa sino a rimanere solo voce, nessuna bottiglia avrebbe il collo, nessuno avrebbe un diavolo per capello, nessun rospo potrebbe essere trasformato in un principe azzurro al bacio della sua bella e nessuna bella sarebbe imprigionata in un castello in attesa del suo principe azzurro, nessun vento soffierebbe, nessun cuore sarebbe tenero, nessun sorriso brillerebbe provocandoci la pelle d'oca...

Certo forse non ci sarebbero neanche cuori freddi e aridi come gli autori della mia antologia...

lunedì 21 settembre 2009

Ri-letture

«Se gli uomini non affogano» chiese la sirenetta «possono vivere per sempre? Non muoiono come facciamo noi, nel mare?».
«Certo» rispose la vecchia. «Anche loro devono morire e la lunghezza della loro vita è più breve della nostra. Noi possiamo arrivare fino a trecento anni, quando però non viviamo più diventiamo schiuma dell'acqua, non abbiamo una tomba tra i nostri cari; non abbiamo un'anima immortale e non vivremo mai più: siamo come le verdi canne che, una volta tagliate, non rinverdiscono! Gli uomini invece hanno un'anima che continua a vivere, vive anche dopo che il corpo è diventato terra; sale attraverso l'aria fino alle stelle lucenti! Come noi saliamo per il mare e vediamo la terra degli uomini, così loro salgono fino a luoghi bellissimi e sconosciuti, che noi non potremo mai vedere!».
«Perché non abbiamo un'anima immortale?» chiese la sirenetta tutta triste «io darei cento degli anni che devo ancora vivere per essere un solo giorno come gli uomini e poi abitare nel mondo celeste!».
«Non devi neanche pensare queste cose!» esclamò la vecchia. «Noi siamo molto più felici e stiamo certo meglio degli uomini».
«Allora io devo morire e diventare schiuma del mare e non sentire più la musica delle onde, o vedere i bei fiori e il sole rosso! Non posso fare proprio nulla per ottenere un'anima immortale?».
«No» rispose la vecchia. «Solo se un uomo ti amasse più di suo padre e di sua madre, e tu fossi l'unico suo pensiero e il solo oggetto del suo amore, e se un prete mettesse la sua mano nella tua con un giuramento di fedeltà eterna; solo allora la sua anima entrerebbe nel tuo corpo e tu riceveresti parte della felicità degli uomini. Egli ti darebbe un'anima, conservando sempre la propria».
La Sirenetta - H.C.Andersen

Decisamente nelle favole c'è molta più realtà di quanto si possa immaginare. Se solo non smettessimo di leggerle... E di crederci.

domenica 28 giugno 2009

Di cigni e principesse

Ieri a cena da una coppia di cari amici. Meno che trentenni, con una splendida figlia.

Abbiamo letto ad alta voce la favola che il papà, avvocato rampante, ha scritto per la figlia in occasione del compleanno della piccola. Sì, il papà ha confezionato un libretto di poche pagine con una favola inventata, che ha come protagonisti una bambina e il suo papà in un'avventurosa ricerca su un'isola deserta.
Ho prestato voce e teatralità alla lettura. La bimba era ipnotizzata, irretita, spalancata alla storia che ascoltava per l'ennesima volta, ma da una voce diversa.

Il papà mi ha confidato che usa spesso le storie per educare la figlia. Là dove un discorso teorico non funziona, basta inventare una favola in cui c'è una bambina che ha un difetto che la figlia deve superare e farne vedere, narrativamente, gli effetti. Le conseguenze sono immediate: la bimba dalla mattina successiva si impegna a cambiare.

A tavola abbiamo poi giocato ad inventare una storia che a turno - papà, mamma, bimba e io - dovevamo portare avanti. Tra risate e un piatto e l'altro (buonissimi!) abbiamo raccontato una storia di coraggio, amore, pazienza, felicità. Insomma abbiamo inventato una storia con le domande fondamentali: quelle a cui da millenni non abbiamo risposta...

Nessuno troverà la favola da noi inventata su un qualche libro. Ma un giorno ci sarà una donna che ricorderà la favola della principessa trasformata in cigno da una strega invidiosa e salvata dal semplice contadino Federico: tanto semplice quanto generoso e audace, e depositario di un segreto che solo pochi possono permettersi di conoscere...

...come si trasformano i cigni in principesse da sposare.

venerdì 8 maggio 2009

Crock

Ospite a cena da amici. Giacomo fa la seconda elementare e ci tiene a farmi leggere una favola che ha inventato. Protagonista è la rana Crock che se ne va in giro con la sua BMW (nelle favole postmoderne questo è normale...), ma va a sbattere contro un grosso lucertolone. La paura per l'incidente e i danni riportati gettano Crock nella disperazione, facendolo diventare piccolo e blu (per la paura), ma proprio le sue lacrime si trasformano in ali capaci di volare e di riportarlo a casa, dove la mamma lo rende di nuovo verde e grande, pronto per una nuova avventura.

In miniatura questa è la vita. Ci si lancia all'avventura di un mondo promettente, ma il mondo ha le sue difficoltà, i suoi ostacoli. Affrontarli significa soffrire, piangere. Ma proprio quel dolore accettato, si trasforma in ali capaci di riportarci a casa, per ricominciare il viaggio della crescita.

Alla fine della cena Giacomo mi ha aiutato a spegnere le candeline su una torta di compleanno posticipato. Un altro anno si spegne, in un soffio, ma non cambierei niente del passato, neanche le lacrime, che mi hanno dato le ali per volare più in alto e per tornare a casa.

mercoledì 26 novembre 2008

Ai (miei alunni) meravigliosamente imperfetti

Alunnatimida, come se fosse una colpa, alla fine della lezione mi dice: "Prof mi scusi se non riesco a parlare davanti agli altri, sono timida...". (Naturalmente non si trattava di un'interrogazione e l'alunna aveva parlato perfettamente).
Sembra che, in questo mondo di urla mediatiche e spacconi impulsivi, i timidi (che spesso sono solo riservati) debbano chiedere scusa per la loro riflessività.
Mi è tornata in mente questa favola che amo molto.
Alunnatimida non cambiare!
***
Un giorno il vento trasportò lontano il seme di un fiore di campagna e lo depose vicino ad un vivaio pieno di fiori coltivati, perfetti, piantati per essere ammirati e comprati, tutti uguali e con i petali perfettamente identici.
Il terreno era buono, il clima ottimo e dal seme spuntò presto una piantina. Quando fu abbastanza grande, si guardò intorno e si disse: “Come sono piccola e brutta rispetto a quei fiori dal portamento così nobile! E come sono piene di imperfezioni anche le piantine che mi circondano! Voglio fare amicizia solo con i fiori perfetti!”.
E così cercò di parlare con loro e ogni giorno gli mandava dei messaggi col vento, ma i fiori perfetti non rispondevano mai: avevano troppi pensieri a occuparsi di sé per poterne avere anche per un fiore di campagna così diverso e poco appariscente. Ma la nostra piantina ne soffrì moltissimo e ne fu tanto umiliata che invece di seguire il suo progetto, che era di quello di essere un bel fiore spontaneo e vigoroso, decise di diventare un fiore coltivato, come quelli che vedeva da lontano nel vivaio e che non volevano essere suoi amici.
“Devo essere perfetta” si disse allora. “Non devo sbagliare proprio in nulla!”. E si mise alla ricerca della perfezione, pretendendo sempre di più da sé e dal mondo che la circondava. Ma per fare questo dovette amputare tutti i suoi germogli più vigorosi, come aveva visto fare al potatore con i fiori coltivati, che per poter essere venduti dovevano essere tutti uguali e senza anima, altrimenti l'anima li avrebbe resi unici e diversi.
E così, giorno dopo giorno, la piantina cercò di imitare sempre di più i fiori dal portamento nobile e tutte le sue energie erano dedicate a questo sforzo.
Ma amputa oggi, amputa domani, alla fine si ritrovò senza più rami. Si guardò intorno e vide le altre piantine del prato: erano tutte cariche di rami, di foglie, di fiori, di frutti. Le farfalle vi si posavano, le api andavano e venivano col loro carico di nettare, il vento scivolava scherzoso facendole ondeggiare nella brezza.
“Ma qui c'è la vita!” si disse all'improvviso con grande sorpresa. “Ognuno è contento di essere sé stesso insieme agli altri!”.
La piantina ebbe una stretta al cuore e guardò i suoi rami più vigorosi che giacevano a terra secchi da quando lei li aveva amputati. Guardò le altre piantine del campo che la circondavano e le vide come erano, nessuna perfetta, ma tutte diverse l'una dall'altra. Ognuna era unica perché aveva un'anima, unica anche lei, che bisbigliava nel vento raccontando la sua storia e quelle della terra nel corso del tempo e nessuna era uguale ad un'altra.
Allora una lacrima scese silenziosa lungo il suo stelo: si fermò nel punto dove c'era una vecchia ferita da ramo amputato e da lì a poco a poco spuntò un nuovo germoglio.
La piantina lo guardò felice: da quel giorno ne ebbe molta cura e ritornò ad essere un fiore spontaneo e ad amare il prato che la circondava, carico di vita, sempre uguale e sempre diversa, come è sempre successo, da che mondo è mondo, dall'inizio degli inizi di tutti i cicli del tempo.

"Alla ricerca della bellezza assoluta",
in Il bambino perduto e ritrovato di Alba Marcoli

martedì 14 ottobre 2008

Fantaversione (replica)

Ripropongo a furor di popolo la fantaversione (l'insieme di tutti i peggiori errori degli alunni in un'unica traduzione) di qualche post fa.

Sono le 7.00 del mattino. Piove. Suona la sveglia. Alunnopigro (e molti come lui) si alza (o almeno ci prova) e, mentre si trascina lentamente verso la doccia, cerca di ricordare cosa lo aspetta di terribile in quella giornata già di per sé terribile; e quando si materializza nella sua mente ancora sconvolta dal sonno l’immagine di Professorecattivissimo (di greco e latino), con il suo ghigno beffardo, il senso di catastrofe e frustrazione è totale. Tornare a letto sarebbe la soluzione migliore, tanto più perchè quella mattina c’è la versione in classe. La terribile prova del trasformare un testo di una lingua ormai morta in un testo di una lingua viva. Ma fuggire non è possibile. La scuola è dell’obbligo. Una domanda allora si dipinge sul volto dell’assonnato bipede preso in trappola: perché lo devo fare?
A questa domanda non viene data risposta. E questo silenzio aumenta il senso di frustrazione. La frustrazione si trasforma rapidamente in rabbia e desiderio di vendetta. E Professorecattivissimo che avrebbe tradotto così il brano assegnato, dal titolo profetico “Attenti all’asino”…

Un asino avendo calpestato una spina rimane zoppo. Imbattendosi in un lupo gli dice: “O lupo, vedi che muoio di dolore e i corvi e gli avvoltoi mi divoreranno. Ma io preferisco diventare tuo pasto. Ti chiedo però un solo favore, estrai prima la spina dalla mia zampa”. Il lupo persuaso dal discorso, con i denti appuntiti strappa via la spina. L’asino liberatosi del dolore, avendo scalciato il lupo a bocca aperta fugge, spezzandogli muso, fronte e denti. Egli si lamentava dicendo: “Ahimè, patisco il giusto, io che essendo macellaio, poc’anzi volevo diventare veterinario”.

… (dicevo) Professorecattivissimo si vede restituita la sua colpa, di torturare il povero Alunnopigro, in termini di pugnalata verbale, di lento e progressivo dissanguamento della lingua antica e moderna: una risposta coerente alla tortura che egli infligge al povero innocente, e così legge le righe di Alunnopigro, la peggiore delle lettere di minaccia di morte:

Un asino avendo calpestato una palizzata e avendo mangiato un uccello, nacque zoppo. Imbattendosi in un lupo gli disse: “O lupo, muoio dalla mia sofferenza e mi cibo di piccoli corvi e nidi d’avvoltoi. Ma avevo capito che sono nato pranzo per te, tu stesso donami una grazia, togli dapprima l’uccello a me con l’artiglio. Il lupo si convinse alle parole profonde e lo esortò a dare l’addio alla palizzata e abilmente tolse l’uccello a questo. Ma l’asino straziato dalla sofferenza, battute le zampe, essendo caduto sul lupo e gridando contro il lupo, si sciolse per il dolore. Esso gemette dicendo: “Ahimè ho ricevuto l’ospitalità da quel cuoco, il quale dal primo momento voleva conoscermi”.

Allora sul volto di Professorecattivissimo si dipinge la stessa domanda di Alunnopigro: Ma chi me lo fa fare? E anche questa volta nessuno risponde, tutto tace…

Chi avrà il coraggio di interrompere questa spirale di violenza?

lunedì 23 giugno 2008

Buonanotte fiorellino

Prof 2.0 ha amato una canzone sin da piccolo: "Buonanotte Fiorellino". Scritta nel 1975 da F. De Gregori. Quando era bambino, la ascoltava dalla voce tutta degregoriana di un amico, sotto stelle vangoghiane e vicino acque che univano la Sicilia all'Africa. In quelle estive notti, blu di mare e di cielo, alcune famiglie si riunivano a cantare e ascoltare, le tv erano spente, anzi non c'erano... La musica sostava nell'aria salmastra quasi trasformata in qualcosa di solido e capace di rimanere sospeso. Prof era solo un bambino e ad una certa ora doveva andare a dormire, ma non gli andava, come tutti i bambini... soprattutto se altri rimanevano lì ad ascoltare. Allora c'era un tacito accordo: quando quella canzone veniva cantata era il momento di andare a dormire, senza bisogno che papà o mamma dicessero nulla. Come si trattasse di una scelta spontanea, perchè quella canzone era (ed è) la più bella. Il resto avrebbe svilito quella bellezza e non sarebbe stato solo mio. Così Prof poteva andare a nanna accompagnato da quelle parole, che non capiva del tutto, ma che parlavano di amore e dolore mescolati insieme. E mescolati in un modo che rimestava il sangue a quel bambino. Parlava di una donna lontana e ormai irraggiungibile a cui il cantante aveva dedicato la canzone. Ed ecco una storia entrare nel cuore di un bambino attraverso una canzone. Una storia di dolore e di amore. Di dolore per la perdita e di amore indistruttibile nonostante la perdita. E prof imparava amore e dolore da questa storia. E inoltre scopriva il potere delle parole, che riuscivano a dire quel dolore, che riuscivano a dire quell'amore e lo regalavano, in forma comprensibile, a chiunque le ascoltasse. Una educazione sentimentale che prof non dimenticherà mai. Ha da poco scoperto che quella della morte della donna, a cui sarebbe dedicata la canzone, è solo una leggenda metropolitana. Poco male. Prof è cresciuto con quella storia, vera o falsa che fosse, non importa. C'era l'amore, c'era il dolore, e c'era la parola che riusciva a raccontarli.
Per favore qualche sera, spegnete la tv e non smettete di raccontare storie ai vostri figli se li avete o se li avrete. Sceglietele bene: sapranno il mondo prima e meglio...

lunedì 12 maggio 2008

Piccola storia d'amore (2)

Li avevamo lasciati sul "sembra che vissero felici e contenti..."
Voltiamo pagina. A differenza di altri libri di favole, non è bianca:

Un giorno Qualcosa si rese conto che Qualcuno si stava abituando a lei. Si sentiva pericolosamente risucchiare dal Nulla, che era stata.
Quello stesso giorno Qualcuno si accorse che Qualcosa da un po' era divenuta silenziosa. Intuiva che la distanza tra loro lo rendeva il Nessuno, che era stato.
All'inizio Qualcosa pensò che la colpa fosse di Qualcuno e Qualcuno pensò che fosse di Qualcosa. E per un pezzo tacquero, feriti.
Ma quando Qualcuno tornò a casa e trovò che Qualcosa aveva preparato un piatto speciale per lui e indossava l'abito da lui preferito, capì che la colpa era di Nessuno. Allo stesso modo Qualcosa capì che la colpa era di Nulla, quando si trovò tra le mani i biglietti dello spettacolo da lei preferito, accompagnati da un mazzo dei fiori speciali per lei.
Finita la cena. Finito lo spettacolo. Qualcosa guardò Qualcuno e Qualcuno ricambiò lo sguardo. Non dissero nulla, sorrisero. E capirono di aver scongiurato il rischio di tornare il Nulla e il Nessuno che, da soli, erano stati e che avavano deciso di non voler essere più.
E continuarono a vivere felici e contenti, almeno fino a prova contraria...

venerdì 18 aprile 2008

Piccola storia d'amore

C'era una volta Nessuno. Un giorno incontrò Nulla. Nulla era bella ed unica, ma solo Nessuno era stato capace di accorgersene e se ne innamorò. Le disse che era proprio un bel Nulla. Nulla gli credette e cominciarono a frequentarsi. Un giorno Nessuno regalò un anello a Nulla che accettandolo gli disse che grazie a lui era Qualcosa. Ne fu felice Nessuno e rispose che al solo starle vicino diventava Qualcuno. Da quel giorno Nulla e Nessuno non furono più sè stessi: Qualcuno viveva per Qualcosa e Qualcosa per Qualcuno. E sembra che così vissero felici e contenti...

domenica 30 marzo 2008

FantaVersione 2

Sono le 7.00 del mattino. Piove. Suona la sveglia. ALUNNO (e molti come lui) si alza (o almeno ci prova) e, mentre si trascina lentamente verso la doccia, cerca di ricordare cosa lo aspetta di terribile in quella giornata già di per sé terribile; e quando si materializza nella sua mente ancora sconvolta dal sonno l’immagine di PROFESSORE (di greco e latino), con il suo ghigno beffardo, il senso di catastrofe e frustrazione è totale. Tornare a letto sarebbe la soluzione migliore, tanto più perchè quella mattina c’è la versione in classe. La terribile prova del trasformare un testo di una lingua ormai morta in un testo di una lingua viva. Ma fuggire non è possibile. La scuola è dell’obbligo. Una domanda allora si dipinge sul volto dell’assonnato bipede preso in trappola: perché lo devo fare?
A questa domanda non viene data risposta. E questo silenzio aumenta il senso di frustrazione. La frustrazione si trasforma rapidamente in rabbia e desiderio di vendetta. E PROFESSORE che avrebbe tradotto così il brano assegnato, dal titolo profetico “Attenti all’asino”…

Un asino avendo calpestato una spina rimane zoppo. Imbattendosi in un lupo gli dice: “O lupo, vedi che muoio di dolore e i corvi e gli avvoltoi mi divoreranno. Ma io preferisco diventare tuo pasto. Ti chiedo però un solo favore, estrai prima la spina dalla mia zampa”. Il lupo persuaso dal discorso, con i denti appuntiti strappa via la spina. L’asino liberatosi del dolore, avendo scalciato il lupo a bocca aperta fugge, spezzandogli muso, fronte e denti. Egli si lamentava dicendo: “Ahimè, patisco il giusto, io che essendo macellaio, poc’anzi volevo diventare veterinario”.

… (dicevo) PROFESSORE si vede restituita la sua colpa, di torturare il povero ALUNNO, in termini di pugnalata verbale, di lento e progressivo dissanguamento della lingua antica e moderna: una risposta coerente alla tortura che egli infligge al povero innocente, e così legge le righe di ALUNNO, la peggiore delle lettere di minaccia di morte:

Un asino avendo calpestato una palizzata e avendo mangiato un uccello, nacque zoppo. Imbattendosi in un lupo gli disse: “O lupo, muoio dalla mia sofferenza e mi cibo di piccoli corvi e nidi d’avvoltoi. Ma avevo capito che sono nato pranzo per te, tu stesso donami una grazia, togli dapprima l’uccello a me con l’artiglio. Il lupo si convinse alle parole profonde e lo esortò a dare l’addio alla palizzata e abilmente tolse l’uccello a questo. Ma l’asino straziato dalla sofferenza, battute le zampe, essendo caduto sul lupo e gridando contro il lupo, si sciolse per il dolore. Esso gemette dicendo: “Ahimè ho ricevuto l’ospitalità da quel cuoco, il quale dal primo momento voleva conoscermi”.

Allora sul volto di PROFESSORE si dipinge la stessa domanda di ALUNNO: Ma chi me lo fa fare? E anche questa volta nessuno risponde, tutto tace…

Chi avrà il coraggio di interrompere questa spirale di violenza?

domenica 23 marzo 2008

FantaVersione 1

Sono stanco di sentir dire che i ragazzi di oggi sono pigri e senza fantasia. Sono stanco perché, osservatore privilegiato di questi interessantissimi bipedi compresi tra i 14 e 19 anni, constato giorno per giorno, proprio il contrario. Loro curvi su banchi verdi o blu, seduti per 5 ore di fila, quando fuori il sole impazza, pazienti, ci ascoltano; inchiodati alle loro sedie, mentre ogni fibra del loro essere freme per fuggire via. Ma sanno prendersi la loro rivincita. Sanno vendicarsi e dimostrarci quanto la loro mente sia fervida, accesa, ribollente di fantasia. In difesa di questi ragazzi io voglio dare una testimonianza. Saranno così, forse, definitivamente scagionati dalle accuse di accidia, pigrizia, scarsa immaginazione… Ed ecco come avrei tradotto io (sì povero e meschino di immaginazione) una favoletta greca che ho dato loro come compito in classe:

Non c’è luogo per l’empio (Esopo)

Un uomo, avendo commesso un assassinio ed essendo perseguitato dai familiari della vittima fuggiva. Giunto presso il fiume Nilo, poiché un lupo gli veniva incontro, preso dalla paura, si rifugiò su un albero, vicino al fiume. Ma vedendo una vipera che strisciava verso di lui, si gettò nel fiume. Qui un coccodrillo, cogliendolo di sorpresa, lo divorò. La storia ci insegna che per coloro che compiono il male non c’ luogo sicuro, né in terra, né in aria né in acqua.

Ed ecco il documento che libera i nostri ragazzi da ogni accusa: testimonianza inoppugnabile di fantasia, della quale nessun professore, con suo grande scorno, è dotato in questo grado.
Ecco la traduzione dei ragazzi, scelta fior da fiore nelle sue trovate più fulgide:

Chi uccide una persona, si accusa da sola e desidera uccidere l’uomo a causa del governo.
Un uomo inseguito dalla famiglia si uccise, venne perseguitato dai suoi stessi elementi e spingeva da sotto il suo corpo. Tutto ebbe inizio presso il fiume Nilo, alla nascita del quale, un lupo, invecchiato dalla paura stessa, salì lassù su un albero vicino al fiume, e avendo incontrato i suoi pesci, là si pulì. Ma colui che osservava vedendo una vipera, strisciò lungo l’albero e si gettò nel fiume. Qui, dopo essersi fatto carico della sua colpa, bacchettò un coccodrillo che lo aveva ospitato e lo divorò.
La favola ci insegna che se ci troviamo su una palma nei pressi del Nilo è meglio non buttarsi in acqua, perché l’adattarsi degli uomini non è al sicuro né sulla terra né in un po’ d’acqua ed è meglio stare in alto nell’aria con sicurezza a goccia.

Grazie ragazzi perché siete capaci di regalarci i sorrisi di cui a volte noi prof (anche 2.0) non siamo capaci…

sabato 22 marzo 2008

Filosofia della borsa

Riporto la favola raccontatami da una persona a me cara (un Esopo del XXI secolo) che mi ha fatto riflettere:

Vedo una bellissima borsa in una vetrina.
Inizia tutto con un colpo di fulmine. Mi convinco che non posso vivere senza, che è proprio quella che desideravo. La borsa che ho cercato in tutte le altre mille borse che ho già comprato.
Poi ripasso una seconda volta davanti alla vetrina.
Sento il desiderio di rivederla di nuovo, perché ogni giorno non ho fatto che pensare a lei, ad ogni dettaglio, a quanto sia perfetta. Questa volta ho un occhio più razionale.... riesco ad apprezzarla nei suoi dettagli, al di là dell'emozione della prima scoperta.
La terza volta è decisiva: o mi piace e la compro o mi delude e me la scordo all'istante.

Morale? Non sempre quello che desideri è realmente quello che vuoi o che ti serve.
Spesso desideri una borsa, ma quello che vuoi è vivere una fantasia che ti faccia sentire meglio in un momento in cui sei un po' triste.
Oppure desideri una borsa perché effettivamente vuoi quella borsa.
Non puoi saperlo subito.
Devi darti tempo.

PS. Noi uomini ci chiediamo sempre perchè "la borsa" sia così importante per una donna. Sembra solo un contenitore di oggetti. In realtà come la favola mostra è una sintesi della casa e una metafora dell'intera vita...