Lo spirito del blog - La vita: commedia o tragedia?

Questione di inquadrature. La commedia è la vita in campo lungo e la tragedia la vita in primo piano. Se inquadri da lontano un uomo che cammina per strada e scivola su una buccia di banana, è divertente. Ma se ti avvicini, non è più divertente perchè si vede il dolore... Per comprendere la mia vita e quella altrui mi sforzo di osservare sempre attraverso la doppia inquadratura... Così quando prendi qualcosa troppo sul serio riesci magari anche a riderne e a conservare il buon umore... E invece quando prendi qualcosa troppo poco sul serio scopri che devi fermarti e comprenderla...

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lunedì 7 settembre 2009

Su una panchina di Londra

Capita di sedersi in un luogo in cui nessuno ti conosce, lontano dalla tua città.
Capita in questi casi, a sapere ascoltare, di sentirsi nuovi.
Ascoltare il grado zero di sé, senza sovrastrutture.
Capita in modo direttamente proporzionale alla distanza dai luoghi d'origine, dove si attenuano - quasi sino a sparire - gli schemi consueti per interpretare gli altri e il mondo, anche se gli altri parlano ai tavoli dei bar come in tutto il resto del mondo.
E puoi essere il più strano di tutti: non attiri l'attenzione, perché non sai cosa è strano.
E puoi essere il più normale di tutti: non attiri l'attenzione, perché non sai cosa è normale.
Chi sei tu al grado zero?
Rischi di scoprirlo solo se ti decentri.
Ricordati però che quello è l'innesco, poi tocca a te, dentro di te.
Per questo viaggi nei luoghi, nei libri, negli occhi degli altri, ma questo non basta.
Viaggiare è la forma più raffinatamente materialista della vita spirituale. Quel che oggi a molti resta per entrare in dialogo con sé stessi e quindi per trascendersi.
Cambiano cielo, non anima, quelli che corrono di là dal mare.

Che gioia potersi sedere su questa panchina tutti giorni, almeno mezz'ora...

domenica 10 maggio 2009

Alunni poco concentrati?

Una collega di matematica - in relazione al post del 7 maggio - mi ha mandato questo passo di un libro che ha letto recentemente. Lo pubblico a beneficio di tutti perché affronta in modo interessante l'annoso problema della concentrazione degli alunni:
"Tuttavia, le espressioni della vita vengono spesso considerate ingombranti in un quadro pedagogico. Così, un alunno che «sogna» in classe si espone a dure critiche. Gli si rimprovera di «non essere concentrato», con il pretesto che invece di appassionarsi alla moltiplicazione, al teorema di Talete o alle integrazioni di funzioni, pensa alle sue prossime vacanze, ai suoi primi idilli, ai conflitti che lo contrappongono ai genitori, al disaccordo con il suo migliore amico ecc.

Forse ci si dovrebbe piuttosto congratulare con lui? Ecco un alunno sano che non dimentica di vivere! Ma soprattutto, l’idea della «mancanza di concentrazione» mi pare inappropriata. Mi sembra invece che se un alunno prova il bisogno di immergersi nelle sue «fantasticherie», è spesso perché la materia studiata lo porta troppo lontano da lui stesso. Pensando alla propria vita, alle proprie emozioni, si concentra su se stesso: si ricentra. Così, non si dovrebbe dire che un alunno non riesce a concentrarsi, ma che non riesce a decentrarsi, ad allontanarsi da ciò che è per interessarsi alla lezione.


La tradizione, che contrappone ragione e sentimenti, emozioni e pensiero, «vera vita» e intelletto, è assai resistente. Il ragionamento intellettuale sarebbe per essenza freddo e privo di passione. Ricordo che questo principio costituiva il postulato di base di un test destinato a «misurare il quoziente intellettivo» dei bambini. Si sottoponeva loro un brano che narrava nei minimi particolari delle storie sgradevoli (di malattie, di incidenti, di feriti, non ricordo con precisione). Il bambino doveva lavorare su tale brano - riassumerlo, o forse rimettere le frasi in ordine, anche questo, curiosamente, l’ho scordato. Dato che, come giovane tirocinante psicologa, mi stupivo di quegli orrori, mi spiegarono che tutto l’interesse della prova stava proprio nel carattere sgradevole del brano: si trattava di testare la facoltà del bambino di prescindere dalle proprie emozioni per continuare a riflettere!


Che senso ha immaginare che il pensiero fiorisca quando la vita si ferma? Come sostenere per un attimo l’ideale dell’alunno «automa» che lascerebbe in spogliatoio ciò che è per arrivare a lezione come una pagina bianca, un recipiente vuoto, da riempire? Considerando le emozioni, il tumulto della vita come tante distrazioni, tanti contenuti indesiderabili di cui bisogna fare tabula rasa, si esalta un alunno fantoccio, inerte, morto".

giovedì 7 maggio 2009

A cosa pensi quando non pensi a niente?

Un'alunna (14 anni) mi ha mandato una pagina che aveva scritto e sulla quale mi chiedeva qualche consiglio. Riporto qualche passaggio.

"...nei momenti meno opportuni i tuoi pensieri incominciano a vagare lontano da dove dovrebbero essere e diventano liberi. È come se la tua mente si distaccasse dal corpo per vagare libera in un giardino sconfinato di erba verde ben tagliata e tutto quello che ti circonda, non ti fa più effetto; diventi uno spettatore esterno. Quando succede questo vuol dire che ti è capitato qualcosa di veramente speciale. Gli uomini si distinguono dalle altre creature viventi sulla Terra come ad esempio gli animali, grazie alla loro libertà e alla loro capacità di pensare e fare quello che più amano. Di solito noi pensiamo solo quello cui vogliamo pensare, controlliamo sempre la nostra mente, per fortuna non siamo una formula scientifica, ma siamo esseri umani che non sono perfetti e non lo saranno mai e soprattutto non abbiamo sempre le stesse reazioni che possono essere previste come può essere prevista la reazione dell’aceto mischiato a del bicarbonato: tantissime bolle.
...alla fine è la nostra natura, noi siamo liberi e quindi anche i nostri pensieri lo sono. Nessuno fa caso all’acqua che evapora dopo le piogge, quando torna al sole o che importa se in quell’acqua ci sono anche le lacrime spese a piangere per amore, per dolore. L’acqua evapora, torna nell’aria e torna nei nostri polmoni. Respirando il vento che ci investe il viso e le lacrime tornano dentro di noi come le cose che abbiamo perso, ma nulla si perde davvero. Ogni secondo che passa, ogni luna che sorge, non fanno altro che dirci: “Vivi…vivi e ama quello che sei, comunque tu sia, ovunque tu sia guarda in altro verso il sole, chiudi gli occhi e non stancarti mai di sognare”. Perché i pensieri a volte sono proprio questo: sogni ad occhi aperti che ci rendono liberi dalla quotidianità che ci intrappola ogni giorno inconsapevolmente a pensare sempre alle stesse cose. Se non ci fosse l’amicizia, l’amore e la famiglia saremmo tutti delle copie che non hanno anima, che pensano tutti alle stesse cose e che non riescono a distinguersi dallo stereotipo...".

A cosa pensiamo quando non pensiamo a niente? I nostri pensieri vanno a ciò che ci sta a cuore e lì c'è sempre qualcosa da scoprire. Quando non pensa a niente il bimbo pensa alla mamma, il santo a Dio, l'innamorato all'amata, un'alunna agli amici, alla famiglia, all'amore...

Cara alunna, difendi quel luogo in cui pensieri e parole sono liberi: è necessario per diventare liberi. Dove è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore.

E tu a cosa pensi quando non pensi a niente?

lunedì 23 marzo 2009

Modalità conchiglia

"Sono in modalità conchiglia negli ultimi mesi... non so perché... vivo più dentro che fuori". Così in una mail ricevuta. Un'immagine che mi è piaciuta molto.

Forse non tutti sanno che madre della perla è l'ostrica perlifera la quale in presenza di un corpo (un granello di sabbia...) che la natura o la mano dell'uomo immette in essa, secerne sostanze che andranno, unitamente all'acqua, a posizionarsi (cristallizzarsi) attorno a questo corpo e, con lo svilupparsi in cerchi concentrici, daranno vita alla più preziosa gemma che il mare ci dona: la perla. Sarà madre natura a sbizzarrirsi nel dotarla delle più svariate forme, come quella sferica, subsferica, goccia, bottone, barocca, semibarocca e cerchiata.

Noi siamo un io situato in precise circostanze. Qualcosa di esterno si deposita dentro di noi se lo accogliamo e da questo incontro con la realtà (bella o brutta che ci sembri sulle prime) possiamo dare vita a quella perla unica che è la nostra personalità unita alla realtà che abbiamo accolto. A volte rinunciamo a forgiare la nostra unica e meravigliosa perla per paura di lasciare entrare la realtà e rimaniamo vuoti; a volte invece siamo talmente aperti che tutto ci attraversa e ci passa sopra senza possibilità di fermarsi e di formare la perla, non viviamo al didentro, ma solo in superficie.

A seconda dei periodi privilegiamo una maggiore o minore apertura al mondo esterno, ma solo il giusto equilibrio - di volta in volta da trovare - fra la vita interna e quella esterna è capace di produrre la perla meravigliosa che tutti siamo e cerchiamo...

mercoledì 11 marzo 2009

Creare dall'interno

Ci siamo addentrati in questo territorio misterioso che è il cuore. I commenti ricevuti qui e su facebook mi hanno fatto riflettere. Le persone percepiscono il cuore come un baratro che provoca vertigine: paura e attrazione allo stesso tempo. Diceva Chesterton che "la gente è inondata, accecata, resa sorda e mentalmente paralizzata da un'alluvione di volgare e insipida esteriorità, che non lascia tempo per lo svago, il pensiero o la creazione dall'interno di sé". Creare dall'interno. Questa è la strada per coltivare questo terreno a volte arido, a volte allagato, che è il cuore, per renderlo terreno fertile. Qualcuno parlò del cuore paragonandolo a vari tipi di terreno, più o meno capaci o incapaci di accogliere il seme che lo renderà uno splendido campo. Forse per questo non riusciamo a fare a meno della metafora dello spazio parlando del cuore. Ma che vuol dire creare dall'interno? Ogni artista lo sa: o crea dall'interno o ripete luoghi comuni. Creare significa fare dal nulla. Ma l'uomo, artista della sua vita, non crea dal nulla. L'uomo crea a partire da qualcosa, o meglio, da qualcuno. In questo caso si tratta di scendere al centro di questo luogo e chiedersi cosa c'è e cosa vorremmo che ci fosse. Solo a partire da questo si potrà cominciare a costruire qualcosa. La prima domanda rimane: cosa c'è qua dentro, cosa vorrei che ci fosse? Cosa mi sta a cuore? Per cosa vivo o per cosa vorrei vivere?
Questa ricerca richiede silenzio e dialogo. Non è una contraddizione. Silenzio esteriore, dialogo interiore. Solo nel proprio intimo si scopre sè stessi, e se poi si ha la fortuna di scoprire che Dio è più intimo a me di me stesso (come diceva S.Agostino: intimior intimo meo), allora, oltre a prendere un bel respiro di sollievo (perchè la solitudine vera è piena di compagnia), non solo creeremo qualcosa di umano, ma si avrà la possibilità di creare qualcosa di divino...

venerdì 5 dicembre 2008

S.U.P.E.R.

Nel post del 3 dicembre ci siamo impegnati a salvare delle parole. Il neonato S.U.P.E.R. (Salva Una Parola e Ripetila), l'iscrizione al quale è gratuita e libera (si richiede solo un amore tenero per le parole), ha salvato una quindicina di parole. Le ho scritte su un foglio di carta bianco. Lette e rilette. In silenzio. Dal bianco della pagina che avevo davanti sono così emerse queste righe, in cui le parole salvate galleggiano, rese sicure dal salvaparole (la versione "grammaticale" del salvagente) che ciascuno di voi aveva lanciato per farle nuovamente respirare e salvarle dai marosi del disuso e dell'abuso:

Vorrei avere la fortuna di regalarti una parola dalla bellezza non effimera. Una parola scaturita dal silenzio dell'ascolto, dell'empatia e della riflessione. Una parola capace di creare intimità e lealtà. Una parola ricca di pietà, che dica la verità senza ferirti. Una parola che contenga e protegga sogni e speranze. Una parola che sia comunicazione vera e non solo di sé stessa. Una parola che se esistesse sarebbe un sinonimo nuovo di un'altra che pronunciamo troppo spesso invano, una parola capace di dissetare il cuore nel suo anelito più profondo, e che tu, ascoltando, saresti costretto a considerare in silenzio, stupefatto: Amore. Con la maiuscola: quello su cui saremo pesati alla sera della vita e che vince la morte e che non ci sarà più tolto.

ps. le parole salvate vi ringraziano.

mercoledì 18 giugno 2008

Shakespeare without love

Prof 2.0 ha visitato il Globe Theatre (la ricostruzione), edificato nello stesso sito in cui un tempo Shakespeare lavorava con la sua compagnia teatrale. Chiudendo gli occhi prof si è immaginato la prima volta in cui è stata pronunciata quella straordinaria battuta di Romeo e Giulietta «Io sono tu e tu sei io», perfetta sintesi di cosa significhi costruire una "storia" insieme a qulcun'altro. Si arriva ad una comunione di vite tale che tu sei io e io sei tu, senza però perdere la propria identità, anzi definendola meglio e migliorandola.
Per associazione è tornato alla memoria un passaggio di un romanzo recente, in cui una donna che ha abbondanato il marito, interrogandosi sul loro fallimento matrimoniale e sul senso profondo della loro intimità, gli domanda:

«Ma io e te abbiamo mai condiviso l’intimità? E quanta, veramente? Be’, certo, abbiamo avuto quel tipo scontato d’intimità, quello familiare: la condivisione fisica, delle varie secrezioni, degli umori e degli ordinari spurghi corporali, una conoscenza enciclopedica dei vari rancori di famiglia e delle numerose volgarità liceali del partner, le rispettive défaillances dietetiche, i diversi stili di zapping col telecomando. (…) Eppure, alla fine dei conti, possiamo dire di esserci donati l’uno all’altra completamente? O addirittura, di essere capaci di condivisione? Proviamo a immaginare che la casa stia andando a fuoco e io abbia la possibilità di salvare una cosa soltanto. Cos’è quella cosa? Lo sai, tu? Proviamo a immaginare che io stia affogando e debba frugare dentro di me per salvare quell’unico ricordo che mi definisce per quello che sono. Qual è quel ricordo? Lo sai, tu? Cosa cercheremo di portare con noi? Non lo sappiamo né tu né io. Dopo tutti questi anni, non lo sappiamo ancora»
(D.Coupland, La vita dopo Dio)

A ciascuno il suo esame di coscienza...

PS. Non credete troppo a Romeo e Giulietta: quei due, insieme, non sarebbero durati una settimana...