Lo spirito del blog - La vita: commedia o tragedia?

Questione di inquadrature. La commedia è la vita in campo lungo e la tragedia la vita in primo piano. Se inquadri da lontano un uomo che cammina per strada e scivola su una buccia di banana, è divertente. Ma se ti avvicini, non è più divertente perchè si vede il dolore... Per comprendere la mia vita e quella altrui mi sforzo di osservare sempre attraverso la doppia inquadratura... Così quando prendi qualcosa troppo sul serio riesci magari anche a riderne e a conservare il buon umore... E invece quando prendi qualcosa troppo poco sul serio scopri che devi fermarti e comprenderla...

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lunedì 11 gennaio 2010

Poesie dorsali

Comporre una poesia con il dorso dei libri: un'idea suggerita da una mia alunna.
Inevitabile il compito per casa. Ecco qualche risultato davvero interessante:




giovedì 10 dicembre 2009

Requiem per la metafora


La maledetta antologia che mi sono ritrovato, perchè adottata da chi mi ha preceduto, dedica alla metafora soltanto un box all'interno della tabella delle figure retoriche di significato, quasi al pari dell'ipallage e della litote.

Reso furioso più di Orlando da questa povertà mi sono vendicato con una lezione intera sulla metafora, in cui ho metaforizzato me stesso trasformandomi nell'amante colmo di desiderio verso questa leggiadra fanciulla.

La metafora non è una figura retorica di significato a cui dedicare qualche centimetro quadrato. La metafora è un amore. La metafora è un modo di stare al mondo. Senza le metafore saremmo muti, non avremmo parole, non avremmo umanità. Il mondo sarebbe fatto solo di superfici e non di corrispondenze. Il mistero sarebbe esiliato e con esso ogni nostra scoperta.

Senza metafore nessuno potrebbe spezzarci il cuore o entrarci dentro, nessuna sedia avrebbe gambe per fuggire, nessuno sguardo nasconderebbe il cielo, nessun pensiero volerebbe, nessuno occhio sarebbe una stella o viceversa, nessun narciso uno splendido adolescente vago di sè fino allo struggimento, nessun'eco una innamorata delusa sino a rimanere solo voce, nessuna bottiglia avrebbe il collo, nessuno avrebbe un diavolo per capello, nessun rospo potrebbe essere trasformato in un principe azzurro al bacio della sua bella e nessuna bella sarebbe imprigionata in un castello in attesa del suo principe azzurro, nessun vento soffierebbe, nessun cuore sarebbe tenero, nessun sorriso brillerebbe provocandoci la pelle d'oca...

Certo forse non ci sarebbero neanche cuori freddi e aridi come gli autori della mia antologia...

giovedì 24 settembre 2009

Avvicinare il segreto che è in noi...

Dedicato ai miei alunni di V ginnasio:

mercoledì 23 settembre 2009

Applausi

Che battaglia oggi: leggere ad alta voce le poesie scritte dai ragazzi!
In un mondo che mette in piazza - gridandole - emozioni false, condividere scoperte ed emozioni quotidiane sembra difficilissimo. Ci si vergogna di sè e non di quello che guardiamo in tv.

Ma poi l'applauso degli altri dopo la lettura di ognuna delle poesie è scaturito spontaneo. Qualcuno (la cui opera non era stata ancora letta) ha proposto di applaudire ad ogni poesia, onde evitare di sentirsi morire, senza quell'applauso... Che paura non essere accettati in ciò che si ha di più profondo. Che paura, a quindici anni.

Ma per fortuna le parole sincere svelano mondi che spesso restano nascosti sotto le maschere o i ceroni che la vita di tutti i giorni o la paura ci impongono. E di fronte a queste scoperte non resta che applaudire, come credo un giorno faremo quando sapremo la verità. Applaudiremo.

Oggi in classe le scorze si sono ammorbidite.
Qualche maschera è volata via.
E' diminuita la paura di essere se stessi.
Applausi.

giovedì 17 settembre 2009

Necrologio

La poesia è ufficialmente morta. L'ho capito oggi in classe lavorando con i miei ragazzi su cosa credono che essa sia.
Generazioni di professori l'hanno ammazzata. E forse anche qualche poeta...
L'hanno sostituita con la critica alla poesia.
L'hanno resa astrusa, lontana, bizantina.
La poesia non è caviale, la poesia è la cosa più quotidiana che io conosca.
La poesia non è un abito da sera, ma un paio di jeans.
La poesia è la luce in fondo al tunnel e il buio dentro il tunnel.
La poesia è ciò che esiste tra le righe.
La poesia è il gioco più serio che io conosca.
La poesia non vale nulla e perciò non ha prezzo.
La poesia è la ghigliottina dei luoghi comuni.
La poesia è il vero soggetto della grande prosa.
La poesia è il borseggiatore della realtà.
La poesia non è fatta di parole, ma di cose. Di parole divenute cose.
Della poesia non si parla, si fa esperienza.
La poesia è pensare con la pelle.
La poesia non si critica, si impara a memoria.

La poesia è un mistero e per questo oggi non è di casa.

venerdì 4 settembre 2009

Creativi o furbi?

Nella versione di greco dell'esame di riparazione c'era una frase che diceva: "gli Ateniesi si prendevano cura dell'arte poetica", che un alunno ha tradotto: "gli Ateniesi si occupavano della produttività". Il termine (poietikos) può indicare entrambe le cose: il fare poetico per i Greci è un vero e proprio fare. L'ho trovata una traduzione interessante, indipendentemente dalla sfumatura tipicamente "lumbard".
Infatti senza la creatività una società non può essere veramente produttiva: la crisi economica in cui versiamo è la conseguenza della sostituzione della creatività (il raggiungimento di un bene che va a beneficio di tutti) con la furberia (il raggiungimento di un bene individuale che va a scapito degli altri). Gli artisti contemporanei ne sono i principali responsabili, prima ancora che i manager. Guardate le foto della biennale...

Mi limito ad esempi nel mio campo.
Un alunno è e diventa creativo quando traduce, è furbo quando scarica la traduzione.
Un prof è e diventa creativo quando prepara la lezione, è furbo quando legge dal testo sul momento.

Propongo un ritorno alla creatività (che richiede più tempo e sforzo ma ci regala la Sistina) e un abbandono della furberia (che ci regala "la merda d'artista"), per essere - in questi tempi nostri, così furbastri- tutti un po' più "poetici" e quindi un po' più "produttivi".

domenica 1 marzo 2009

Trieste è...

...un treno puntuale sospeso sul mare
...una piazza elegante come una signora d'altri tempi
...una nera cioccolata in compagnia di Claudio Magris
...un bianco castello imperiale appoggiato su un mare trasparente
...un'audace lingua di pietra su cui passeggiare sospesi sul mare
...una città vecchia di vicoli stretti e dissestati
...una passeggiata con Joyce, Svevo e Saba
...una barca a vela sospesa nel nulla di un cielo lattiginoso come il mare
...un gruppo di amici dal calore familiare
...una poesia che ho sempre amato e che finalmente ha profumi, colori, volti:

Città Vecchia

Spesso, per ritornare alla mia casa

prendo un’oscura via di città vecchia.

Giallo in qualche pozzanghera si specchia

qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita e del dolore;
S’agita in esse, come me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

U.Saba, in Trieste e una donna (1910-1912)

mercoledì 28 gennaio 2009

Quale sarà il tuo verso?

Oggi ho incontrato Alunnasfiduciata per un colloquio. Vuole cambiare scuola e forse verrà nella nostra classe. Alunnasfiduciata è spenta, bruciata, ha perso il gusto della letteratura, che amava, il gusto stesso della meraviglia. Insieme alla sua immaginazione ho percepito che sta spegnendosi anche la speranza, e con essa il futuro. Ad Alunnasfiduciata e a quelli come lei dedico questo video, che mi ha cambiato la vita quando avevo la loro età.



Il testo integrale e traduzione della poesia di Walt Whitmann:

Oh me! O life! of the questions of these recurring,
Of the endless trains of the faithless, of cities filled with the foolish,
Of myself forever reproaching, (for who more foolish than I,
and who more faithless?)
Of eyes that vainly crave the light, of the objects mean,
of the struggle ever renewed,
Of the poor results of all,
of the plodding and sordid crowds I see around me,
Of the empty and useless years of the rest,
and with the rest me, intertwined,
Q: O me! so sad, recurring - what good amid these, O me O life?
A: That you are here - that life exists and identity,
That the powerful play goes on, and YOU may contribute a verse.
Contribute well, O me, O life.


Oh me! Oh vita! Di queste domande che ricorrono,

degli infiniti cortei senza fede, di città piene di sciocchi,
di me stesso che sempre mi rimprovero (perché chi più sciocco
di me, e chi più senza fede?)
di occhi che invano bramano la luce, di meschini scopi,
della battaglia sempre rinnovata,
dei poveri risultati di tutto, della folla che vedo sordida
camminare a fatica attorno a me,
dei vuoti ed inutili anni degli altri, io con gli altri legato in tanti nodi,
a domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre: che cosa
c'è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?
Risposta:
che tu sei qui, che esiste la vita e l'identità,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi
con un tuo verso.
Contribuisci bene, oh me! Oh vita!

lunedì 26 gennaio 2009

Fantastico!

Così dicono spesso i miei alunni di fronte a qualcosa che li appassiona (in questo momento le prove per il musical a cui alcuni di loro stanno partecipando). "Fantastico!", un aggettivo magico, che nasconde una dimensione profonda: la scoperta (o la riscoperta) di qualcosa di nuovo e di ricco, capace di appassionare. Tutto merito della fantasia (fantastico!). Infatti l'immaginazione è quel "poco" di poeta, di bimbo e di pazzo che ci portiamo dentro; la misteriosa capacità di risvegliare ciò che sembra addormentato, inerte, piatto. La capacità di giocare con un bastone credendolo un'astronave, per poi un giorno costruirla... La capacità di cogliere il mistero nascosto in ogni cosa, la capacità di sentire cantare le cose nella loro pienezza e promessa di futuro. La capacità che gli antichi scambiavano per una pazzia ispirata da qualche dio...
Senza immaginazione è infatti impossibile cogliere il mistero delle cose, che poi forse è la loro parte più importante. Forse per carenza di immaginazione si può eliminare un bambino nel seno della madre o uccidere un uomo ritenendolo inferiore per i motivi più pittoreschi. Forse per carenza di immaginazione si può distruggere impunemente il creato per fini irresponsabilmente produttivi. Forse per carenza di immaginazione si può ritenere il grande fratello e natale a rio ciò che la gente vuole. Forse per carenza di immaginazione abbiamo smesso di dire "fantastico!", come i miei stupendi quattordicenni. Tutte le grandi scoperte sono figlie dell'immaginazione, e un'epoca senza immaginazione - ma così tante immagini - è una contraddizione che io non mi so spiegare.

***
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
(E.Montale)

martedì 13 gennaio 2009

Ettore

Il personaggio che amo di più nell'Iliade è Ettore. Forse la grandezza dell'Iliade sta nel fatto di entrare con profondità tutta nuova nel cuore dei vinti, degli sconfitti. All'altisonante e a volte ridicola iattanza di Agamennone, Achille, Diomede e persino Ulisse, fa da contraltare la grandezza tragica di Ettore e la sua famiglia. Oggi abbiamo letto in classe il passo in cui, egli, sicuro di morire e schiacciato dalla responsabilità per il suo popolo, incontra la moglie e il figlio. Alcuni ragazzi, e non scherzo, si sono commossi: quando Andromaca, che ha perso padre, madre e fratelli a causa di Achille, dice al marito "tu sei per me padre e nobile madre e fratello; tu sei il mio sposo fiorente"; quando Ettore ancora sporco dalla battaglia e armato cerca di abbracciare il figlio che si ritrae spaventato e solo quando il papà si è tolto l'elmo chiomato si lascia abbracciare e baciare; quando Ettore porge il figlio alla moglie e lei "sorride in mezzo al pianto e lo sposo si intenerisce a guardarla, l'accarezza con la mano" e le dice "il fato, ti dico, non c'è uomo che possa evitarlo, sia valoroso o vile, dal momento che è nato". Tutta la tragedia è concentrata nel cuore di Ettore, schiacciato tra la responsabilità, la sete di gloria, il fato a cui non può sottrarsi e la nostalgia infinita del figlio e della moglie.
Rileggete il libro VI dell'Iliade dal verso 369 al 502 (o magari tutto...). Forse direte come Alunnasensibile "Prof mi ha messo una tristezza infinita": avrete detto la cosa giusta.

Io sto con Ettore, eroe malinconico, come tutti noi, quando siamo costretti a combattere e, nostro malgrado, a perdere quello a cui teniamo di più.
Un giorno se ci riesco gli dedico un racconto...

venerdì 5 dicembre 2008

S.U.P.E.R.

Nel post del 3 dicembre ci siamo impegnati a salvare delle parole. Il neonato S.U.P.E.R. (Salva Una Parola e Ripetila), l'iscrizione al quale è gratuita e libera (si richiede solo un amore tenero per le parole), ha salvato una quindicina di parole. Le ho scritte su un foglio di carta bianco. Lette e rilette. In silenzio. Dal bianco della pagina che avevo davanti sono così emerse queste righe, in cui le parole salvate galleggiano, rese sicure dal salvaparole (la versione "grammaticale" del salvagente) che ciascuno di voi aveva lanciato per farle nuovamente respirare e salvarle dai marosi del disuso e dell'abuso:

Vorrei avere la fortuna di regalarti una parola dalla bellezza non effimera. Una parola scaturita dal silenzio dell'ascolto, dell'empatia e della riflessione. Una parola capace di creare intimità e lealtà. Una parola ricca di pietà, che dica la verità senza ferirti. Una parola che contenga e protegga sogni e speranze. Una parola che sia comunicazione vera e non solo di sé stessa. Una parola che se esistesse sarebbe un sinonimo nuovo di un'altra che pronunciamo troppo spesso invano, una parola capace di dissetare il cuore nel suo anelito più profondo, e che tu, ascoltando, saresti costretto a considerare in silenzio, stupefatto: Amore. Con la maiuscola: quello su cui saremo pesati alla sera della vita e che vince la morte e che non ci sarà più tolto.

ps. le parole salvate vi ringraziano.

mercoledì 3 dicembre 2008

Salva una parola!

Il Corriere della Sera online lancia un sondaggio sulla parola dell'anno: recessione, rifiuti, fannulloni (un anno all'insegna della speranza...), abbronzato (un anno all'insegna del dare fiato alla bocca...), facebook (un anno all'insegna del virtuale)... Non importa, non sono le parole di momento che mi interessano. Mi interessano le parole che muoiono, che si esauriscono, che si spengono, non quelle sulla bocca di tutti. Perché quando muore una parola si rischia di perdere anche ciò che essa nomina.

Allora propongo un sondaggio: che parola salveresti?

La mia parola da salvare è: "effimero" (di un sol giorno). Il termine con cui i greci indicavano gli uomini a differenza degli dei. Gli "effimeri" sono gli uomini. Coloro che durano un solo giorno, rispetto all'immortalità divina. Ricordarmelo mi aiuta ad essere più attento agli altri, a giocarmi meglio le giornate, a lavorare meglio. Vita ne ho una sola e me la voglio giocare bene, al meglio, come se avessi quel solo giorno. Effimero è la parola che voglio salvare. E tu?

lunedì 1 dicembre 2008

La poesia salva la vita...

...perché insegna ad amare.


Quando le parole sono svilite, inaridite, indebolite finiscono con lo spegnersi e sparire, e con esse si spegne ciò che nominano.

giovedì 13 novembre 2008

La bellezza è scelta

Ringrazio sorella-lost per questo video che ho rubato dal suo blog:


ps. continuate a commentare il post dell'10 novembre "Anche i genitori piangono", stanno venendo fuori argomenti molto interessanti.

lunedì 13 ottobre 2008

Ai (miei alunni) timidi

Timidi sono gli occhiali scuri da cui guardi le luci del mondo.
Timido è l'ultimo banco.
Timidi sono i capelli sugli occhi.
Timide sono le parole con cui taci.
Timida è la tua porta chiusa.
Timido è il tuo passo svelto per non raggiungermi.
Timida è la tua voce che non mi guarda.
Timide sono le tue braccia chiuse perché il mondo non ti ferisca.
Timide sono le infinite righe che non vuoi leggere.
Timida è la tua grandezza.
Timidi sono i tuoi colori naturali.
Timida è la tua anima bianca, perché contiene tutti i colori.
Timida è la luna nuova all'ombra della terra, perché il sole non smette di baciarla.

Beati i timidi perché non andranno in televisione.

giovedì 9 ottobre 2008

Il mondo in una foglia (autunnale)

A proposito del "cuore piccolo" del post precedente. Ieri parlavo con un amico, padre di tre figli meravigliosi. Mi racconta che quella mattina la sua bimba di quasi 4 anni, colpita dalla quantità di foglie rosse e gialle, che tappezzavano il marciapiede dopo una notte di vento e pioggia, gli chiede: perché le foglie cadono?
Il papà comincia a spiegarle cosa è l'autunno: il freddo, il vento, la pioggia, il cielo nuvoloso... La bimba guarda fisso il cielo descritto dal papà con quel nome così poco concreto: "autunno". Poi si fa pensierosa e indicando un angolo di cielo sopra i palazzi, in cui le nubi si diradano e l'azzurro fa capolino, chiede preoccupata: Ma è autunno anche lì?

Mi sono tornati così alla memoria (antologicamente...) tre passi che le foglie le hanno regalate al mondo, riempendole del segreto dell'esistenza.

"O magnanimo Tidide, perché chiedi la stirpe?
Come è la stirpe delle foglie, così è anche quella degli uomini.
Le foglie, alcune il vento ne versa a terra, altre il bosco
in rigoglio ne genera, quando giunge la stagione della primavera:
così una stirpe di uomini nasce, un'altra s'estingue"
Iliade, VI, 145-149
Le foglie cadono, cadono come da lungi,
come se giardini lontani avvizzissero nei cieli;
cadono con gesto di rifiuto.
E nelle notti cade
la terra pesante
da tutte le stelle nella solitudine.
Noi tutti cadiamo. Questa mano cade.

E guarda gli altri: è così in tutti.

Eppure c'è Uno che senza fine dolcemente

tiene questo cadere nelle sue mani.

R.M.Rilke, Autunno
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.
G. Ungaretti, Soldati

Artisti e bambini hanno il cuore piccolo. Voglio essere come loro.

martedì 9 settembre 2008

Dentro non mi sposto di un centimetro

Ieri prof 2.0 è stato ad una serata teatrale all'aperto. Lettura di poesie di un grande autore russo del 900, purtroppo poco conosciuto: O.Mandelstam, morto, probabilmente nel 1938, in un gulag. Ma i prof le ultime serate estive se le rovinano così? No. Così se le guadagnano.

Quest'uomo, perseguitato dal regime in quanto scrittore e mandato per questo in un campo di lavoro dove trovò la morte, compose poesie a voce. Non aveva nulla per scrivere. Sua moglie e i suoi amici le imparavano a memoria e dopo la sua morte, avvenuta non si sa esattamente dove, le hanno pubblicate. Ieri sera duecento persone erano riunite ad ascoltare il grido muto, l'aria rubata, di un uomo che, in mezzo alla neve siberiana e all'assurdo lavoro della prigionia, era libero. Componeva. Gli era rimasto solo questo: la sua anima. E la sua anima libera arrivava a noi, comodamente seduti al fresco dell'estate ormai al suo declinare. E liberava anche me con le sue parole, lui che era stato più prigioniero di tutti. E in un verso mi diceva: "dentro non mi sposto di un centimetro". Come vorrei, stasera, chiedere questo per me. Pioggia o sole, stanco o forte, sano o malato, solo o in compagnia, libero o prigioniero, che io, dentro, non mi sposti di un centimetro.
***
Togliendomi i mari, la corsa e il volo
e dando al piede l'appoggio di una terra coatta,
che cosa avete ottenuto? Bel calcolo:
non potevate amputarmi le labbra che si muovono.
(O.Mandelstam)